Rimini Calcio, l'ora più buia è arrivata. Il settore giovanile non è retorica: è linfa vitale
Oggi (venerdì 28 novembre) revocata l'affiliazione della Figc
È arrivata in mattinata l'ufficialità: il Rimini sparisce dal calcio professionistico, per la prima volta nella sua storia a stagione avviata. Epilogo oramai scontato, che mette fine a una lunghissima telenovela iniziata in estate, quando la Ds Sport Benefit ha iscritto la squadra al campionato senza pagare gli stipendi, anche questo un unicum nel calcio italiano (contestualmente è accaduto anche a Trieste). Non si giocherà dopodomani con la Torres, né le rimanenti partite. La classifica di Serie C subirà modifiche, con le inevitabili polemiche sulla regolarità del campionato. Non sono servite regole più stringenti per garantire la regolarità del campionato: il Rimini si è iscritto, ha accumulato deferimenti e punti di penalizzazione, fino all'inevitabile liquidazione. Secondo quanto riferito dal sindaco Sadegholvaad, consultati i dati in camera di commercio, il club biancorosso aveva accumulato al 30 giugno 2025 passività per 4 milioni di euro. Una cifra esorbitante, con buona pace di chi cerca di consolarsi pensando che sia normale. No, non lo è, tante società di C fanno sacrifici per stringere la cinghia e per chiudere i bilanci in attivo o con piccole passività, mentre durante la gestione della Ds Sport Benefit si snobbavano pure i contributi, dando libertà agli allenatori di schierare anche formazioni di soli over. Non c'era possibilità di salvare il Rimini: un passivo così mostruoso non rendeva affatto conveniente precipitarsi al capezzale del malato terminale. Inutile, comunque, rivangare il passato; il presente dice che il Rimini non c'è più e il futuro parla dell'ennesima ripartenza. Ma questa volta potrà essere diversa e il mio ragionamento non vuole essere una pacca sulla spalla utile alla pari dell' "Andrà tutto bene" di coviddiana memoria (sappiamo tutti come è andata). Quello che scrivo è puro realismo, nella piena consapevolezza che il calcio sia radicalmente cambiato negli ultimi anni.
Inutile aspettarsi l'investitore che arrivi, porti vagonate di milioni per vincere subito (nel caso del Rimini, portare la squadra in B), sfruttando l'appeal della piazza (concetto peraltro molto, molto ondivago...). Inutile guardare al "Ramo del lago di Como": Rimini non è Como, località presa d'assalto anche dai vip hollywoodiani. A parte rari casi (Como uno di questi), al massimo nel calcio italiano può arrivare oggi un fondo straniero: nel migliore dei casi trasforma la squadra in un'azienda, nel peggiore dei casi arriva e fa peggio dell'imprenditore italiano di turno. Il fondo straniero che gestisce una squadra di calcio controlla che ogni anno il bilancio faccia registrare un segno +: altroché campagne acquisti faraoniche. Il caso del Milan, in serie A, è quello più eclatante. Si chiama sostenibilità: la squadra deve autofinanziarsi, sostenersi, non si può più pensare all'imprenditore mecenate, né all'imprenditore che accumula passività importanti. Nel primo caso perché l'epoca dei Berlusconi è tramontata; nel secondo caso perché gli organi istituzionali hanno predisposto regole e controlli per rendere il nostro calcio sostenibile.
Ergo, a Rimini ci sono mesi di tempo per scegliere il miglior investitore (nella speranza che alle porte di palazzo Garampi non bussino solamente rabazzieri), che dovrà versare 150.000 euro a fondo perduto per far ripartire il club dall'Eccellenza, e questo investitore dovrà programmare la ripartenza in maniera minuziosa. Il più grande problema non è dover giocare a Pietracuta o a Budrio, quanto ricostruire ancora una volta il settore giovanile, il più grande patrimonio che un club può possedere nel calcio moderno della sostenibilità.
L'errore più grande è proprio questo: pensare che "Puntiamo sul settore giovanile" sia retorica o un accontentarsi. Il settore giovanile è linfa vitale per la squadra, specie nel calcio della sostenibilità. E qui arriviamo al punto chiave: le regole del Salary Cap in C. Il monte ingaggi può essere al massimo il 55% del valore della produzione. Rimini non è una piazza che garantisce numeri da capogiro per sponsorizzazioni e botteghino e non staremo a soffermarci su questo tema, ben discusso nelle bacheche social da decenni. Ma nel calcio di oggi a portare valore (e ricavi) sono le plusvalenze e il player trading. E non c'è miglior plusvalenza di quella realizzata vendendo un giocatore del proprio settore giovanile. La strada tracciata è questa: la priorità della nuova proprietà sarà certamente riportare il club al più presto in D, ma anche sviluppare un settore giovanile forte, coltivando rapporti di collaborazione stretti con le realtà di calcio locali. È vero quanto asserisce Ivan Raffaelli del Collettivo Riminese: il tifoso ha abbassato l'asticella, accettando un Rimini che facesse una C a salvarsi, mentre sarà più difficile abbassarla ancora per un Rimini che nel target ha una D ad alti livelli. Ma costruendo un settore giovanile con dirigenza e tecnici di riconosciuta competenza, nel tempo si potrà finalmente rialzare l'asticella: perché il settore giovanile garantirà plusvalenza e anche qualche giocatore valido per la prima squadra. La squadra saprà camminare con le sue gambe (economicamente parlando) e potrà allestire rose più competitive. Sarà così a tutti livelli, non solo per il Rimini, finché non interverrà qualche modifica al format dei campionati, magari una divisione tra una C1 a girone unico, molto competitivo, e una C2 a più gironi in cui si avverta in maniera minore il salto dalla D. Il futuro della squadra al 28 novembre è colmo di incertezza: ma rispetto al solito copione della ripartenza, qualche differenza c'è. Aggrapparsi alla speranza, ma rimanendo realisti, non è certamente un atteggiamento sbagliato. E pensare all'amore per il Rimini che tanti ragazzi del settore giovanile hanno dimostrato, anche in questa stagione nefasta, può far intravedere una scintilla di luce in questo tunnel infinito.
Riccardo Giannini
5.1°