1.300 firme non bastano: la storica piscina comunale di Rimini chiuderà il 31 marzo

Il Comitato per la tutela chiede a Comune e Provincia un confronto urgente per valutare proposte private e salvare l’impianto pubblico storico

A cura di Grazia Antonioli Redazione
13 gennaio 2026 12:01
1.300 firme non bastano: la storica piscina comunale di Rimini chiuderà il 31 marzo -
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La storica piscina comunale di Rimini chiuderà il 31 marzo dopo 54 anni di attività, suscitando proteste di cittadini e associazioni. Oltre 1.300 persone hanno firmato una petizione per chiedere a Comune e Provincia di valutare alternative, anche tramite investimenti privati, per salvare un servizio pubblico fondamentale per studenti, anziani, famiglie e società sportive.

La nota stampa del Comitato per la Tutela della Vecchia Piscina Comunale di Rimini

Il 31 marzo prossimo la piscina comunale di Rimini cesserà la propria attività dopo 54 anni di servizio alla città, determinando la chiusura di una struttura storica che per oltre mezzo secolo ha rappresentato un presidio sportivo, educativo e sociale per migliaia di cittadini.

«Siamo di fronte alla chiusura di un impianto che ha accompagnato generazioni di riminesi e che ha svolto una funzione pubblica fondamentale per studenti, anziani, famiglie e società sportive. Non si tratta di un semplice edificio, ma di un servizio essenziale».

L’Amministrazione comunale ha più volte affermato che non è stata ancora assunta una decisione definitiva sul futuro dell’impianto, precisando che la proprietà della struttura è della Provincia.

Questa situazione di incertezza, a pochi giorni dalla chiusura, rende indispensabile un chiarimento istituzionale immediato, pubblico e responsabile.

Alla luce della concreta e documentata manifestazione di interesse da parte di soggetti privati, disponibili a investire risorse significative per la ristrutturazione dell’impianto e per garantirne il mantenimento in esercizio, è stata formalmente inoltrata alla Provincia una richiesta di incontro istituzionale.

Riteniamo doveroso valutare nel merito questa opportunità, che consentirebbe di salvaguardare un servizio pubblico storico senza gravare sulle risorse della collettività.

Ad oggi, tuttavia, non è ancora pervenuto alcun riscontro.

Una risposta non è più rinviabile ed è dovuta innanzitutto ai circa 1.300 cittadini firmatari della petizione, che hanno chiesto con forza di non procedere alla chiusura della piscina e di tutelare un servizio pubblico centrale per la città.

Il tema va inoltre collocato in un contesto più ampio.

L’Italia è tra i Paesi europei con il più basso numero di piscine pubbliche in rapporto agli abitanti e, in questo quadro, chiudere un impianto storico significa aggravare una carenza strutturale già evidente. La chiusura di una piscina pubblica non è mai una scelta neutra: colpisce studenti, anziani e famiglie, aumenta le disuguaglianze sociali e spinge i cittadini verso servizi privati spesso economicamente inaccessibili.

I dati territoriali confermano ulteriormente le criticità della scelta.

Negli altri capoluoghi di provincia della Regione, l’apertura di un nuovo impianto non ha mai comportato la chiusura di quello esistente. Rimini, inoltre, pur essendo una città di mare, è l’unico capoluogo regionale a non disporre di una vasca da 50 metri. Mentre Rimini si avvia a mantenere una sola piscina per oltre 150.000 abitanti, Cesena ne ha due, Forlì due, Ravenna quattro e Parma quattro. Sono numeri oggettivi, che parlano da soli.

Infine, il punto centrale:

Di fronte alla concreta possibilità di mantenere aperto un impianto pubblico a costo zero per la collettività, risulta oggettivamente difficile comprendere le ragioni di una chiusura definitiva senza aver prima valutato in modo serio, trasparente e responsabile tutte le alternative.

In una città come Rimini, la perdita di una piscina pubblica storica non è una razionalizzazione, ma un arretramento nei servizi essenziali alla comunità.

Chiediamo quindi a Comune e Provincia di assumere una posizione chiara, mettendo al centro l’interesse pubblico, la volontà espressa dai cittadini e la tutela di un servizio che non può essere sacrificato senza un confronto aperto, istituzionale e trasparente.

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