Uno Bianca, i familiari delle vittime: "Vederli in tv è uno stillicidio"
L'associazione dei parenti chiede ai killer di parlare ai magistrati, non nelle trasmissioni televisive
La banda della Uno Bianca, che tra gli anni Ottanta e Novanta seminò terrore tra Rimini e Bologna causando 24 morti, torna a fare notizia. Stavolta non per fatti di cronaca, ma per le interviste televisive che i fratelli Savi — condannati all'ergastolo — continuano a rilasciare da dietro le sbarre.
L'ultima occasione è stata l'anticipazione di un'intervista a Fabio Savi su Quarto Grado, che ha riacceso la rabbia e il dolore dei familiari delle vittime. Alberto Capolungo, presidente dell'associazione che li rappresenta, non usa mezzi termini: «È uno stillicidio. Non facciamo un passo avanti in nessuna direzione: le versioni dei due principali responsabili sono tra loro contrastanti».
Il messaggio dell'associazione è netto: «Se devono parlare, lo facciano ai magistrati e dicano tutta la verità. Il palcoscenico televisivo non è il luogo adatto per mostrarsi e dire ognuno la propria opinione».
Capolungo tiene anche a precisare cosa i familiari non chiedono: «Non vogliamo scuse né richieste di perdono. Il nostro scopo è proteggere chi già una volta ha perso tutto e oggi si ritrova di nuovo vittima, costretto ad assistere a questi eventi televisivi invece che nelle aule di tribunale, dove la verità dovrebbe essere cercata e detta».
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