Intelligenza artificiale e scuola, al Belluzzi-Da Vinci incontro con Paolo Granata
All’istituto tecnico di Rimini incontro con il docente dell’Università di Toronto sul rapporto tra apprendimento, pensiero critico e nuove tecnologie
Le recenti Linee guida del Ministero dell'Istruzione e del Merito sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole hanno aperto un dibattito che coinvolge direttamente il lavoro quotidiano di docenti, studenti e dirigenti scolastici. Come integrare l’IA a scuola? Come preservare lo sviluppo del pensiero critico? Come trasformare l'IA in un’alleata autentica dell’apprendimento?
Per rispondere a queste domande, venerdì 8 maggio si è svolto presso l’ITTS “O. Belluzzi - L. da Vinci” di Rimini l’incontro Conoscenza generativa: pensare, apprendere, creare con l'intelligenza artificiale, che ha coinvolto gli studenti dell’istituto riminese. L’evento, organizzato da Marco Tonti (docente di informatica e consigliere comunale), ha rappresentato un momento di formazione e confronto particolarmente significativo in una scuola a forte vocazione tecnologica, dove la riflessione sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale si intreccia naturalmente con i percorsi formativi e le competenze che gli studenti stanno costruendo.
Ospite dell’incontro, Paolo Granata, professore all’Università di Toronto ed esperto internazionale sui temi dell'intelligenza artificiale nel campo della conoscenza e della formazione, attualmente in Italia per presentare il suo ultimo libro, Conoscenza generativa: pensare, apprendere, creare con l’intelligenza artificiale (Luiss University Press 2026).
Il cuore dell’intervento di Granata è stato un invito rivolto direttamente agli studenti: apprendere con l’IA non significa delegare il pensiero alla macchina, ma sviluppare una nuova forma di apprendimento generativo. “Serve un uso intelligente dell'intelligenza artificiale”, ha ribadito più volte Granata nel corso dell’incontro, sintetizzando in questa formula il filo conduttore della sua riflessione.
Il professore ha poi illustrato alcuni principi chiave che caratterizzano l’uso dell’IA: l’apprendimento come atto costruttivo, in cui lo studente impara facendo e costruendo attivamente il proprio sapere; la necessità di una solida base di competenze disciplinari, senza la quale l’IA diventa una scorciatoia vuota anziché un amplificatore cognitivo; l’importanza di coltivare la curiosità epistemica, trasformando l’IA in uno strumento per porre domande migliori prima ancora che per ottenere risposte; la capacità di “imparare a imparare”, agilità mentale indispensabile in un contesto in cui i saperi e gli strumenti mutano rapidamente.
Granata ha messo in guardia, tuttavia, da uno dei rischi più insidiosi dell’uso dell'IA, quella che nel libro definisce l’illusione di conoscenza. Gli studenti potrebbero essere tentati ad accettare passivamente le risposte fluenti e convincenti fornite dai modelli linguistici, rischiando così di confondere l’accesso facilitato all’informazione con una reale padronanza del sapere. Si tratta, ha sottolineato, del rischio cognitivo più diffuso del nostro tempo, e colpisce proprio coloro che hanno meno strumenti critici per riconoscerlo. La risposta, secondo Granata, non è stigmatizzare l’IA, ma diventare capaci di utilizzarla con consapevolezza, attraverso quello che il professore definisce pensiero critico-generativo: un insieme di competenze che permettono di interrogare, validare e andare oltre ciò che l’IA propone.
Un messaggio che ha trovato terreno particolarmente fertile in un istituto tecnico, dove gli studenti sono già quotidianamente a contatto con le tecnologie digitali e con l’IA nei loro percorsi di studio. Granata ha sottolineato come proprio gli studenti con competenze tecniche solide siano nella posizione migliore per sviluppare un rapporto generativo con l’intelligenza artificiale, a patto di coltivare, accanto alla padronanza degli strumenti, la profondità di pensiero necessaria a utilizzarli con giudizio e creatività.
Il ruolo del docente, in questa prospettiva, diventa ancora più centrale; non viene eroso dall’IA, ma va riorientato. L’insegnante è la figura che porta in aula la competenza disciplinare profonda senza la quale, come Granata ripete seguendo una sorta di regola d’oro, nessuna tecnologia può generare sapere autentico. Ci vuole conoscenza per generare nuova conoscenza. Questo principio ha una conseguenza diretta per la scuola: più solida è la formazione di base che gli studenti ricevono, più produttivo sarà il loro uso dell'intelligenza artificiale.
Molto vivace il dibattito con i ragazzi. Gli studenti hanno posto domande dirette e concrete: come distinguere un output affidabile da uno ingannevole, come usare l’IA senza perdere la capacità di ragionare in autonomia, come sfruttare questi strumenti per i propri progetti scolastici e professionali. Granata ha risposto proponendo un principio di equilibrio: ogni compito che deleghiamo all’IA dovrebbe essere bilanciato da un parallelo investimento nello sviluppo di nuove competenze. L’efficienza guadagnata con l’IA, in altre parole, va reinvestita in profondità di pensiero.
L’incontro si è concluso con un appello che ha parlato direttamente alla generazione che più di ogni altra crescerà dentro la “Galassia Turing” — come Granata definisce il nuovo ecosistema della conoscenza plasmato dall’intelligenza artificiale. Il futuro nel mondo della scuola non sarà deciso dalla tecnologia, ma dal tipo di pensatori che sceglieremo di formare. Perché se l’intelligenza, ha sostenuto il professore, risiede nella capacità di risolvere problemi, è il pensiero critico che ci permette di capire quali problemi risolvere.
Intervista a Paolo Granata, a cura di Marco Tonti, a margine dell’incontro con gli studenti dell’ITTS Belluzzi-Da Vinci di Rimini
Professor Granata, lei ha parlato di “uso intelligente dell'intelligenza artificiale”. Cosa intende concretamente?
Intendo che l’IA è uno strumento straordinario, ma il suo valore dipende interamente dalla qualità della mente che lo utilizza. Un uso intelligente significa portare nella conversazione con la macchina competenza, curiosità, spirito critico. Significa usare l’IA per espandere il proprio pensiero, per esplorare territori nuovi, per porsi domande migliori. L’uso non intelligente è quello passivo, ovvero chiedere risposte pronte, accettarle senza filtro, smettere di pensare in autonomia. La differenza tra i due è enorme, e si gioca tutta sul lato umano.
Nel libro lei parla di “illusione di conoscenza”. Può spiegare questo concetto?
È il rischio cognitivo che mi preoccupa di più. Funziona così: l’IA ti fornisce una risposta fluente, ben strutturata, che suona autorevole. Tu la leggi e ti senti informato. Ma sentirti informato ed esserlo davvero sono due cose molto diverse. La fluidità della risposta crea un senso di padronanza che è fittizio, non hai fatto il lavoro mentale che serve per comprendere davvero un argomento. È come leggere il riassunto di un libro e convincerti di averlo letto. Con gli studenti questo rischio è particolarmente acuto, perché spesso mancano ancora della base di conoscenze necessaria a riconoscere quando un output è brillante e quando è solo plausibile.
Ha parlato molto del ruolo del docente. Come cambia la figura dell’insegnante nell’era dell’IA?
Diventa ancora più importante. L’insegnante è la persona che porta in aula quella competenza disciplinare profonda che è la condizione di ogni apprendimento autentico. Ripeto sempre una regola d’oro: ci vuole conoscenza per generare nuova conoscenza. Senza un docente preparato che guida il processo, l’IA diventa un distributore automatico di risposte, e gli studenti dei consumatori passivi. Con un docente consapevole, l’IA si integra nella didattica come un ambiente in cui lo studente impara a costruire, esplorare, mettere alla prova le proprie idee. Il ruolo non viene eroso. Va riorientato.
Oggi ha parlato a studenti di un istituto tecnico. Che messaggio ha voluto lasciare loro?
Un messaggio molto diretto: voi siete nella posizione migliore per affrontare questa sfida. Avete competenze tecniche, siete a vostro agio con gli strumenti digitali, lavorate quotidianamente con tecnologie complesse. Questo è un vantaggio enorme. Ma la competenza tecnica da sola non basta. Quello che farà la differenza nella vostra vita professionale è la capacità di pensare in modo critico e creativo con questi strumenti. L’IA sa risolvere problemi. Sta a voi capire quali problemi vale la pena risolvere. Questa è la vera competenza del futuro.
Lei ha proposto un “principio di equilibrio” nell'uso dell’IA. Di cosa si tratta?
È un’idea semplice ma con conseguenze profonde. Ogni volta che deleghi un compito all’IA — una sintesi, un’analisi, una ricerca — dovresti bilanciare quel risparmio con un investimento parallelo nel tuo sviluppo intellettuale. Se l’IA ti fa risparmiare un’ora, usa quell’ora per approfondire qualcosa che non conosci, per sviluppare una competenza nuova, per affrontare un problema più complesso. L’efficienza guadagnata va reinvestita in profondità di pensiero. Altrimenti non stai guadagnando nulla, stai solo perdendo l’abitudine a pensare.
Cos’è la “Galassia Turing” di cui ha parlato in chiusura?
È il nome che do al nuovo ecosistema della conoscenza in cui viviamo. Nel 1962 Marshall McLuhan descrisse la “Galassia Gutenberg”, cioè l’ambiente intellettuale creato dalla stampa a caratteri mobili, che per cinque secoli ha plasmato il modo in cui pensiamo, impariamo e produciamo sapere. Oggi l’intelligenza artificiale sta ridisegnando quell’ambiente dalle fondamenta. Non usiamo semplicemente l’IA, viviamo dentro un mondo cognitivo plasmato da essa. Questa è la Galassia Turing. E gli studenti che ho incontrato oggi a Rimini sono la prima generazione che crescerà interamente al suo interno. Per questo è così importante che abbiano gli strumenti per abitarla con consapevolezza.
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