Milena Renzi, una vita tra cronaca e romanzo: la scrittura come responsabilità civile
Come inviata all’estero, tra Medio Oriente e India, si è confrontata con contesti segnati da conflitti, povertà e forti disuguaglianze
La scrittura, per la marignanese Milena Renzi, non è mai stata un gesto separato dalla vita. È stata semmai il modo più naturale di starci dentro, di attraversarla senza semplificarla. Cronaca e romanzo sono cresciuti insieme, come due strade parallele per raccontare lo stesso mondo: una ancorata ai fatti, l’altra capace di dare profondità alle storie. Ha iniziato a scrivere a quattordici anni. Oggi sono trentasette anni di lavoro con le parole, tra giornali e narrativa, intrecciando cultura, religione ed esperienza vissuta. In entrambi i casi, la scrittura non è mai stata un esercizio di stile, ma una postura etica: un modo di stare nel mondo.
Come inviata all’estero, tra Medio Oriente e India, si è confrontata con contesti segnati da conflitti, povertà e forti disuguaglianze. In quei luoghi ha imparato a osservare prima di giudicare, a restituire complessità senza semplificazioni comode. Le storie delle donne sono diventate nel tempo un asse centrale del suo lavoro: vite spesso invisibili, raccontate con rispetto anche quando farlo significava esporsi a rischi concreti. In più occasioni ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, contribuendo a mettere in salvo persone in situazioni di grave pericolo, esponendosi in prima persona. Non come gesto eroico, ma come responsabilità. La scelta di restare umani. Una scelta che rifarebbe.
Da quelle esperienze nasce uno sguardo che non cerca sentenze ma comprensione, che non addomestica la realtà per renderla più rassicurante, che prova a restituirne le contraddizioni e le sfumature. È lo stesso approccio che negli anni ha portato nel lavoro culturale sui territori: la parola come strumento di cura, la cultura come spazio di ascolto e di ricostruzione. Per Renzi la cultura non è ornamento, ma pratica quotidiana, presenza, relazione.
Accanto alla scrittura e al giornalismo, ha costruito progetti culturali e sociali con una forte attenzione al lavoro con le donne e ai percorsi di uscita dalla violenza e dall’isolamento. Non come slogan, ma come lavoro concreto: creare reti, mettere in dialogo istituzioni, associazioni e persone, restituire dignità alle storie fragili. È un lavoro spesso silenzioso, che raramente fa notizia, ma che nel tempo apre possibilità reali per chi resta ai margini.
Nel suo percorso, Renzi ha trovato negli anni anche il riconoscimento delle istituzioni locali. La sindaca di San Giovanni in Marignano, la dottoressa Michela Bertuccioli, ha dichiarato: «È con profondo orgoglio che condividiamo l’emozione e la gioia per i numerosi riconoscimenti che nel tempo Milena Renzi ha ricevuto. Milena si è da sempre distinta all’interno della comunità marignanese per il suo talento, la sua sensibilità, l’impegno per il sociale e una rara capacità di cogliere ed esprimere, in modo magistrale, la vita, i legami e i sentimenti».
Il suo percorso è stato riconosciuto in premi letterari nazionali e internazionali, con una recente menzione al Premio Pablo Neruda, ed è attualmente in concorso al Premio Mondadori – Giallo. Riconoscimenti che non rappresentano un traguardo, ma un segnale: che anche una narrazione non urlata, non giudicante, può trovare spazio nel panorama culturale contemporaneo. Non sono il centro del suo lavoro, ma una conseguenza di un cammino coerente.
Oggi continua a scrivere e a progettare cultura in una fase personale intensa, fatta insieme di gratitudine e di fatica. Ed è proprio in questo equilibrio fragile che il suo lavoro trova senso: quando la parola smette di essere ornamento e diventa uno strumento di resistenza gentile.
Alla domanda su cosa la tenga ancora legata alla scrittura, Renzi risponde così: «Ogni persona che ho incontrato nel mio percorso di vita è stata il motivo per cui ho continuato a scrivere. Sono gli incontri a tenere in piedi la mia scrittura».
Nel suo percorso, il merito non è mai stato solo individuale. È sempre stato un fatto collettivo, nato nelle relazioni, negli incontri, nelle vite condivise. La cultura, quando è viva, non costruisce piedistalli: costruisce responsabilità condivise. Ed è lì che il suo lavoro trova, ancora oggi, il proprio senso.
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