Le mani della 'ndrangheta in Riviera, arrestate 23 persone. Sigilli a beni per 30 milioni
Si tratta di piccoli gruppi guidati da boss-manager, soprattutto nel litorale romagnolo
Sequestri per 27 milioni di euro e 23 misure cautelari eseguite a carico di persone affiliate alle 'ndrine di 'ndrangheta dei Piromalli di Gioia Tauro e dei Mancuso di Limbadi. Questi, in sintesi, i numeri dell'operazione 'Radici', condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Bologna, con il supporto del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata e la direzione della Procura bolognese. Tra le misure disposte spicca la custodia cautelare in carcere per il 34enne Francesco Patamia, candidato alla Camera nelle ultime elezioni con la lista Noi moderati di Maurizio Lupi nel collegio di Piacenza. Patamia, secondo gli investigatori, sarebbe stato l'amministratore di fatto di una delle società coinvolte nell'inchiesta.
L'indagine, spiegano il comandante regionale delle Fiamme gialle dell'Emilia-Romagna Ivano Maccani, il comandante provinciale di Bologna Carlo Levanti e il comandante del Nucleo di Polizia economico-finanziaria bolognese Fabio Ranieri, ha preso le mosse dal monitoraggio di "cospicui investimenti immobiliari e societari riconducibili a soggetti di origine calabrese", portando alla luce "infiltrazioni nel tessuto socio-economico dell'Emilia-Romagna in particolare le province di Forlì-Cesena e Rimini, ma anche Modena e Reggio Emilia, da parte di organizzazioni criminali di stampo mafioso radicate in Calabria". Gli investimenti illeciti, molti dei quali avvenuti in piena emergenza Covid, "hanno riguardato esercizi commerciali soprattutto del litorale romagnolo e aziende operanti nei settori dell'edilizia, della ristorazione e dell'industria dolciaria". Gli accertamenti hanno quindi fatto emergere "la presenza, nel territorio regionale di piccoli gruppi di matrice 'ndranghetista, ognuno dei quali guidato da un 'boss-manager'" e tutti legati, pur gestendo con una certa autonomia i loro affari, a "diverse famiglie e mandamenti della 'casa madre' in Calabria, spesso menzionati nelle conversazioni intercettate".
Le indagini, ricostruiscono i finanzieri, hanno fatto emergere "un vorticoso giro di aperture e chiusure di società intestate a prestanome, che venivano usate per riciclare denaro mediante sistematiche evasioni fiscali, perpetrate per lo più attraverso l'emissione e l'utilizzo di fatture false, spesso preordinate al trasferimento di ingenti somme di denaro e al compimento di vere e proprie distrazioni patrimoniali" (in pratica, le società venivano 'spolpate'). Tutto questo è stato possibile anche grazie all'aiuto di un commercialista e di un avvocato, entrambi interdetti per 12 mesi dall'esercizio della professione.
L'indagine della Guardia di Finanza di Bologna è partita alla segnalazione di vari investimenti anomali, nel campo della ristorazione, da parte del sindaco di Cesenatico, Matteo Gozzoli.
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