Marito al carcere duro, moglie chiede reddito di cittadinanza: ora rischia lei 6 anni di reclusione
Un errore della donna in sede di compilazione della domanda: 'In buona fede', secondo la difesa
Rischia una condanna dai 2 ai 6 anni di carcere una quarantenne di Rimini, indagata dalla Procura e ora a processo con rito abbreviato, dopo aver percepito il reddito di cittadinanza, per parte del 2020, senza averne diritto, in quanto l'oramai ex marito era in carcere, per cumulo di pene a cui è stato condannato per reati di droga legati alla criminalità organizzata. Detenuto in regime di carcere duro, dunque, in applicazione dell'art. 416 bis del codice penale (associazione di stampo mafioso): condizione ostativa al percepimento del beneficio.
Il legale della donna, l'avvocato Christian Brighi, ha evidenziato che si è trattato di un errore in buona fede, dovuto alla scarsa conoscenza della materia, da parte della sua assistita, che ha già iniziato a restituire quando percepito. Nel 2019 aveva presentato domanda attraverso il Caf, mentre per l'anno successivo aveva fatto da sé, per ragioni di risparmio. In quell'occasione aveva correttamente barrato la voce relativa alla detenzione in carcere del marito, ma non quella del reato; e quella crocetta mancata ha fatto scattare il procedimento penale.
La tesi difensiva, che vuole mettere in evidenza la buona fede della donna, punta su un secondo elemento: lei ignorava che il marito, sposato nel 2018 quando era già detenuto, dovesse scontare una pena di reclusione particolarmente lunga. Lui le aveva promesso di uscire presto dal carcere. Invece il matrimonio ha iniziato a vacillare dopo pochi mesi, fino al divorzio, procedura completa nel 2021 a causa di ritardi dovuti all'emergenza Covid; e la donna, questa la sua versione, ha saputo nel dettaglio dei suoi guai con la giustizia solamente dall'avvocato Brighi, a cui si è rivolta dopo essere venuta al corrente di essere sotto indagine per aver indebitamente percepito il reddito di cittadinanza.
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