Subentra per risollevare la crisi del bar, socio condannato per truffa
A denunciare l'uomo è stata una 60enne, titolare di un locale di Rimini
È finito a processo per truffa pluriaggravata, accusato di essersi intascato i 9000 euro che la socia gli aveva versato, dopo aver venduto la propria automobile, per fare ripartire l'attività di un bar di Rimini.
Un 59enne originario di Roma, residente nel riminese, è stato così condannato a un anno di reclusione e a 200 euro di multa, a fronte dei diciotto mesi di reclusione chiesti dalla Procura. In più è stata disposta una liquidazione dei danni alla parte civile, una 61enne riminese assistita dall'avvocato Monica Cappellini, quantificata in 14.000 euro.
La vicenda risale al 2018: la 61enne si era ritrovata a gestire da sola un bar di Rimini, dopo la "separazione" da un primo socio, che aveva lasciato l'attività e un debito di 300.000 euro. Il 59enne si era fatto avanti per sostituire il precedente socio, ponendo però una condizione: la donna avrebbe dovuto vendere la propria auto perché serviva la liquidità per ripianare i debiti più urgenti, quelli con i fornitori.
Lei acconsentì e versò all'imputato 9000 euro. Soldi che, secondo l'accusa, sono spariti e che invece, secondo la tesi difensiva, sono stati utilizzati per gli scopi convenuti, tanto più il bar, dopo l'ingresso del 59enne in società, aveva ripreso i propri affari, prima di una successiva crisi che portò alla chiusura definitiva, avvenuta nell'ottobre 2018.
Il 59enne è finito così a processo per truffa pluriaggravata, in quanto l'uomo, secondo il teorema accusatorio, si era approfittato delle difficoltà psicologiche della 61enne, alle prese infatti con il precedente "buco" di bilancio e con i creditori che la incalzavano.
L'avvocato difensore Venturi ha infine chiesto l'applicazione di una disposizione della riforma Cartabia, che prevede l'applicazione della misura alternativa alla detenzione, per le condanne a un anno di reclusione o inferiori, da parte non del giudice chiamato a decidere sull'esecuzione della pena, ma del giudice cognitivo (quello che in pratica accerta i fatti e pronuncia sentenza). La scelta è ricaduta sui lavori di pubblica utilità: "Da normativa il processo è stato sospeso per due mesi, al prossimo 27 marzo, affinchè il giudice possa inserire nel dispositivo della sentenza i dettagli relativi ai lavori di pubblica utilità a cui dovrà prestarsi il mio assistito e quindi provvedere al programma degli stessi", evidenzia l'avvocato Venturi. Ovviamente il 59enne dovrà prestarsi agli stessi solo quando l'eventuale sentenza di condanna passerà in giudicato: "Ma a quel punto potrebbe essere impossibile applicare le condizioni previste oggi. Pensiamo a un imputato che deve svolgere lavori presso una cooperativa: anni dopo, quella cooperativa potrebbe non esercitare più attività", spiega l'avvocato.
4.5°