Indiscreto: fumata nera Rimini Calcio Luukap. Il giorno di dolore che il tifoso ha!
Uniti in campo per mostrare a tutti, alla società in primis, che tipo di giocatori sono, dotati di autocoscienza. Una fotografia nata prima di ogni allenamento. Dieci minuti di richiami allo spirito...
Uniti in campo per mostrare a tutti, alla società in primis, che tipo di giocatori sono, dotati di autocoscienza. Una fotografia nata prima di ogni allenamento. Dieci minuti di richiami allo spirito d’unità che serve per uscire da un periodo di crisi. Dieci minuti in cui le figure più ascoltate dello spogliatoio hanno proferito parole dirette per compattare ogni anima. In quei secondi di valutazione, a cui non ha partecipato nessun altro al di fuori dei giocatori, è nato lo spirito necessario per il proseguo della stagione. Poi ci sono stati piccoli gesti dal significato profondo che vanno raccontati per spiegare meglio a tutti cosa sia il calcio a Rimini e cosa sia la tifoseria riminese.
Molti credono che il calcio sia una questione di vita o di morte, ma non è solo questo è molto di più. Quel pallone muove ogni domenica tantissimi fans da una parte all’altra dell’Italia nella marcia chiamata km, quelli percorsi per andare a vedere i propri beniamini difendere i colori della tua città, poi dietro c’è il nome, quello che vedrai comparire sul televideo, sulla carta stampata, su internet e in televisione, magari al momento della lettura della schedina. Si chiama orgoglio, rappresentanza, sentirsi vivo perché è quel suono di quella parola Rimini, della parola Rimini, che emette dolce musica per le tue orecchie. Cos’è Rimini? Non posso spiegarlo io a sindaco, assessore, presidente, imprenditori, albergatori e gente locale, non posso usare il linguaggio dei segni perché sarebbe vano, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, e non c’è peggior “braccino” di chi ha ma non vuol sganciare giustificandosi con la classifica frase del momento: “C’è crisi!”. C’è crisi anche per i tifosi cari amici imprenditori, care autorità, cara società, ma quando si tratta di esserci a differenza vostra e nostra loro ci sono! Rimini non è di nessuno ma è nostra, è del popolo, e quando si tratta di allungare il braccio per darsi una mano, ecco che prontamente le porte si chiudono. Vogliamo essere obiettivi? Vogliamo non avere peli sulla lingua e fare i veri giornalisti? Diciamoci le cose come stanno: “A cosa serviva, fare solo oggi, solo adesso un incontro fra le due parti alla presenza di sindaco e assessore?”. A niente! Ecco la verità. Questo periodo lo riassumerei con il gioco del perché. Viene da chiedersi il perché la tempesta viene sempre da queste parti dove dovrebbe solo battere il sole; perché incasinarsi così quando la soluzione potrebbe essere a portata di mano, ma perché non ascoltare chi potrebbe metterci passione, amore in questi colori e dare il suo contributo (positivo o negativo non si sa). Mistero della vita. Chi sono, chi non sono, appartiene all’identikit del personaggio da scoprire ma magari non si saprà mai, se non molli e non comprendi che è ora di farti da parte. La città reagisce a suon di fatti e di parole, riunioni, incontri, proteste, cartelloni ma poi? Tutto viene fatto volare dal ponte Tiberio, come se fosse una lattina, un libro, un oggetto qualsiasi dalle piccole dimensioni. E quei bambini appartenenti al settore giovanile? Ti guardano. Tolto il pallone, comprano quel gioco in scatola dal nome: “Indovina Chi?” come a dire chi ci ha tolto la possibilità di far parte di quella squadra? Poi crescendo il gioco in scatola diventa dizionario, la parola cult assorbe il significato di fallimento e bada bene non basterà una canzone di Max Pezzali a spiegare la dura legge del gol. Il Rimini c’è, ma vive grazie e soltanto ai propri tifosi, attivissimi per organizzare assemblee e collette per poter pagare il pagabile andando avanti in una situazione drastica che non prevede luce ma solo buio pesto. Sono la faccia più inflazionata e chiacchierata del pallone, quella più sporca e più insana. La parte vera, quella pura e nobile, è intramontabile. Si può chiamare in mille modi: tifo, passione, fede, amore o semplicemente “RIMINESITA’”. Quest’ultima parola che non smetterò mai di pronunciare “RIMINESITA’” deve far riflettere a chi rimane ancora aggrappato all’amarcord della serie B, senza voltare pagina, senza scrivere e colorare quel libro che rimane vuoto e sempre più impolverato. Deve far riflettere chi nei tempi andati metteva il proprio cartellone all’interno dello stadio o chi cercava di fare il suo aiutando ciò che era definito semplicemente sport, unito alla parola gioia. Tutto questo è stato dimenticato? Siamo solo buoni a criticare, odiare e a vedere il marcio? Oppure a fare semplici comunicati dove si richiede aiuto per il settore giovanile. E’ finito il tempo delle critiche ai giocatori, ai dirigenti, al presidente etc. il giocattolo sta per rompersi, occorreva già da tempo farsi da parte, eliminare l’orgoglio ed intervenire per evitare quanto sta succedendo. Non abbiamo scoperto l’acqua calda, tutto cade, tutto è fragile in questo momento, ma se continuiamo a piangere senza rialzarci non saremo mai degni di usare quella parola: “Riminesità”. Per chi non l’avesse capito sta ad indicare nel corpo umano il nostro motore chiamato CUORE! Solo con questo potremo sperare di funzionare ed andare avanti.
Daniele Manuelli
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