Quartopiano: cronaca di un viaggio sensoriale tra certezze e nuove rotte
Franciacorta: tra il dogma della perfezione e il fascino della ribellione
di Gaia Leonardi
E’ quasi una certezza accomodarsi al tavolo di questa sala del Quartopiano con vista panoramica.
Accolta dalla gentilezza di Fabrizio Timpanaro, ascoltando con curiosità ‘bambina’ che sempre suscitano i bravi chef e degustatori come Silver Succi e Francesco Falcone non vedo l’ora di imparare, perché tanto ho ancora da imparare e forse in questo ambito mai finirò.
Tornando all’atteso appuntamento, la serata a cui ho partecipato racconta come il territorio Italiano della Franciacorta racchiuda sia certezze che nuovi spunti.
Un accenno alle origini ci fa conoscere come la formazione del territorio risalga a ben prima dello sviluppo della Docg avvenuta nel 1995 e che risulti essere relativamente giovane; proprio grazie allo scioglimento dei ghiacciai che trasportarono detriti si formarono le colline moreniche dove ora sorge il territorio della Franciacorta, caratterizzato da terreni sabbiosi e calcarei, contraddistinti da un’importante componente minerale e da spiccata acidità.
Il nome Franciacorta ha origine medievale e deriva dai medici benedettini che bonificarono e coltivarono la zona esenti da tasse in cambio del loro lavoro, da qui il nome latino ‘curtes francae ‘.
Da allora la Franciacorta continua imperterrita a dimostrare la sua costanza, confermando le sue doti con la produzione di metodo classico spumantistico fatto di uve Chardonnay, Pinot Noir ed un poco di Pino Bianco; ed oggi a riconferma di ciò sono arrivati premi di alto riconoscimento come i “Tre Bicchieri 2026“ o l’inserimento del “Top 10 di Decanter”.
E’ dunque lecito affermare che l’etichetta abbia raggiunto una maturità artistica tale da poterle permettere di guardare oltre, e di varare nuove strade? quali nuove visioni vengono oggi espresse dalla volontà dei vignaioli?
Ad esempio sorgono produttori che non puntano esclusivamente a riprodurre il protocollo dettato dai tempi e dai riconoscimenti delle classiche fragranze pasticcere, ma propongono minor dosaggio di zuccheri, con l’intento di far emergere maggiormente i sentori del frutto e del personale territorio. Sperimentando anche nuovi metodi di ossigenazione inserendo l’uso di legni meno ‘pregni’ di gusti vanigliati e cambiando con l’uso del cemento. Aspetti che mettono ancora una volta in risalto l’originalità del prodotto.
Si assiste inoltre ad un ritorno del vitigno autoctono Erbamat riammesso in disciplinare per la sua maturazione tardiva e spiccata acidità, utili a contrastare il cambiamento climatico, donando così un’identità non replicabile altrove.
Il tema centrale della serata è stato il confronto tra queste due macro caratteristiche, spumante che riflette il metodo ortodosso ma pur sempre una certezza e spumante ribelle che sprigiona nuova creatività.
Detto ciò è possibile definire un po’ stanchi i Franciacortini , nel riproporre standard consolidati nel tempo?
Nasce la necessità di rinnovarsi in qualche modo, trasmettendo un’impronta di carattere più personale, raccontando un viaggio differente fatto anche di ‘personali’ difetti che rivendicando un’autenticità propria, dando sfogo alle menti che lasciate libere da troppi vincoli, riescono ad esprimere il meglio di se.
Nel primo caso ricordiamo aziende come Ca del Bosco che rispecchiano e sono strette ai capisaldi della Docg, restando nella denominazione spingendo con cuveè di prestigio ben contraddistinte.
In particolare questa sera abbiamo assaggiato:
Cà del Bosco
Franciacorta Riserva Cuvée Annamaria Clementi Dosage Zéro 2015 in abbinamento sublime con risotto alla marinara bianca.
Da sottolineare che vengono usate solo uve di misto fiore, un vino di prolungata persistenza e carattere a mio avviso.
A confronto invece, sulla scia del innovativo, abbiamo assaggiato:
Nicola Gatta
60 Lune Rosé de Noirs Nature s.a.,abbinato a Crudo di vitellone bianco dell’Appennino e mille punti di salsa.
L’ho trovato come già maturo contro le aspettative.
Ma ciò che devo dire di aver trovato davvero incredibile ed ancor più interessante è stato il primo assaggio Monterossa Franciacorta Rosé Cabochon n. 7 s.a.
Un omaggio alla 7 cuvée dell’azienda che usa vini di riserva e una permanenza di oltre 40 mesi sui lieviti. Abbinato ad un altrettanto strepitosa triglia marinata al lime.
Possiamo dire in questo caso che invece di grandi assemblaggi standardizzati, si punta ad edizioni limitate che raccontano le annate migliori, accettando quelle "imperfezioni" che rendono un vino vivo. Le regole della DOCG, nate per garantire uno standard elevato, possono diventare strette per chi vuole sperimentare.
Si può supporre allora che l’obbiettivo sia quello di spostare l’attenzione dall’etichetta all’essenza e forse seguire delle nuove esigenze (anche del consumatore stesso perché no) di non cercare più solo un metodo "Franciacorta", ma un vino che sia espressione e vibrazione di quel suolo, ancora più autentico?
Dopotutto il successo ed il prestigio della Franciacorta sono il risultato di sperimentazioni innescate 15000 mila anni fa, dalla ricerca di nuovi metodi e approcci. Stiamo assistendo alla volontà e necessità al contempo di uscire dagli schemi e dai sentieri già battuti.
Del resto non è questa l’essenza del rinnovamento? il coraggio di abbandonare le regole ..allontanando le aspettative e ritrovando anche nuovi spunti dagli errori stessi? E allora ben venga a mio avviso.
Onestamente se dovessi scegliere, come dice Francesco Falcone, ancora una volta non sceglierei.
Personalmente sento il bisogno sia di capisaldi che di novità, il mio equilibrio è dato dall’unione tra tradizione ed innovazione che reputo importanti allo stesso modo, ed ecco perché li prediligo entrambi.
7.5°