Crisi del calcio italiano: il consigliere 3V Angelini ha la sua diagnosi, ma...

"Crisi calcio italiano come crisi dell'Italia che inseguendo le logiche globaliste ed europeiste, ha smarrito la propria anima"

05 aprile 2026 06:00
Crisi del calcio italiano: il consigliere 3V Angelini ha la sua diagnosi, ma... -
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"L'eclissi del talento: perché il calcio è lo specchio del declino italiano". Si intitola così una lunga riflessione sul calcio tricolore, nata a seguito della terza esclusione di fila dell'Italia dai mondiali, a opera di Matteo Angelini, consigliere del Movimento 3V.

Angelini esordisce sottolineando che il fallimento della nazionale non sia solo crisi sportiva, "ma il sintomo terminale di un Paese che, inseguendo logiche globaliste ed europeiste, ha smarrito la propria anima e svenduto il proprio prodotto migliore".

"Per decenni - osserva Angelini - l’Italia è stata il faro del mondo: nel design, nell’industria manifatturiera e, inevitabilmente, nel calcio. Eravamo i maestri dell’estro, della tattica e della qualità individuale, lo abbiamo insegnato noi agli altri e gli altri lo hanno imparato. Oggi, quel Made in Italy che ci rendeva unici appare sbiadito, vittima di un’omologazione forzata a standard che non ci appartengono".

Angelini realizza un parallelo tra economia e pallone, definendolo "impietoso". "Così come il tessuto produttivo italiano, fatto di piccole medie imprese e artigianato d'eccellenza, è stato soffocato da normative europee pensate per giganti industriali stranieri, così il nostro calcio ha smesso di produrre pezzi unici. Abbiamo accettato passivamente l’idea che per essere moderni dovessimo scimmiottare modelli altrui: il fisico nordeuropeo o il possesso palla ossessivo, dimenticando che la nostra forza risiedeva nell’astuzia, nella tecnica sopraffina e nella capacità di leggere il gioco prima degli altri".

Il consigliere 3V punta il dito sulla "globalizzazione sfrenata" che ha trasformato i club "in entità finanziarie che guardano al bilancio immediato e ai vantaggi fiscali (come è stato per anni il Decreto Crescita), preferendo l’usato sicuro estero alla pazienza necessaria per crescere un giovane italiano".

Il risultato è "una desertificazione dei vivai che ricalca la fuga dei cervelli e la chiusura delle botteghe storiche. Abbiamo sostituito il numero 10, il genio capace di inventare il mondo in un fazzoletto di terra, con l'atleta-soldato: fisico, veloce, ma spesso privo di quella scintilla tecnica che ci ha reso quattro volte campioni del mondo".

Angelini, seguendo un pensiero sovranista, attacca l'Unione Europea del Calcio, che avrebbe imposto parametri "che hanno svilito il prodotto Italia".

"Ci è stato detto che dovevamo adeguarci, ma l’adeguamento si è rivelato un appiattimento verso il basso. La crisi finanziaria dei club, indebitati e spesso in mano a fondi stranieri privi di legame col territorio, è la copia carbone di un'economia nazionale che fatica a proteggere i propri asset strategici".

"Se vogliamo che la Nazionale torni a essere l'orgoglio del Paese, dobbiamo avere il coraggio di una secessione culturale dalle mode globaliste. È necessario tornare a valorizzare il chilometro zero del talento: investire sui tecnici che insegnano la tecnica e non solo la forza, proteggere i nostri vivai dalle invasioni di giocatori mediocri dall'estero e rimettere al centro l'intelligenza calcistica italiana. Il calcio non è solo un gioco: è la dimostrazione che quando l'Italia smette di fare l'Italia per compiacere logiche esterne, finisce inevitabilmente per perdere. La rinascita della Nazionale deve passare dal recupero della nostra sovranità identitaria, sportiva ed economica", chiosa Angelini.

La replica ad Angelini

Ho scelto di pubblicare su altarimini.it la riflessione del consigliere riminese (verucchiese d'origine) Angelini, anche se su un tema slegato alla "stretta" attualità del nostro territorio, perché ho ritenuto che fosse interessante leggere (e quindi diffondere) la sua opinione.

Ritengo però che il discorso di Angelini meriti anche delle precisazioni. In primis la crisi del calcio italiano è così ben radicata da rendere impossibile il confinamento dell'argomento in poche righe. Non mi soffermerò neppure sul parallelismo tra crisi sportiva e crisi dell'Italia. Di sicuro, a mio modo di vedere, il calcio in Italia non è affatto in crisi perché insegue logiche globaliste o europeiste (l'Unione Europea, altro malato in crisi, è comunque sempre un "nemico" facile da attaccare). E Angelini non coglie una contraddizione, quando evidenzia che l'Italia sia stata maestra di tattica e qualità individuale. Cioè, lo è stata, ma questo nel corso degli anni è diventato un dualismo che ha inciso sulla crisi attuale.

Arrigo Sacchi costruì un Milan stellare, coniugando tatticismo e qualità individuali. Ma nel 1990-1991 il Milan disputò una stagione molto sotto i propri standard, proprio perché si arrivò alla rottura tra i giocatori, Van Basten in primis, e l'allenatore. Berlusconi scelse Capello, infatti, l'estate dopo. Un altro tecnico che poi sacrificò la tecnica individuale (Gullit e Savicevic) confinandola sulla fascia del campo. Era l'Italia di Baggio, Del Piero, Zola, Mancini: tanti n.10 che però non trovavano spazio nei 4-4-2 a zona. Ricordiamo Ancelotti, che bocciò Baggio e Zola per il suo Parma schierato col 4-4-2. Nel corso del tempo gli allenatori del settore giovanile hanno pensato più alla tattica di squadra che alle qualità individuali dei propri giocatori.

Oggi, infatti, il calcio italiano è quello tatticamente più valido, ma abbiamo perso, con il passare degli anni, i giocatori di fantasia, bravi nell'uno contro uno. A questo si è aggiunto un gap di intensità che paghiamo a caro prezzo nei confronti in Europa e nelle nazionali. E il fatto che fossimo maestri "di astuzia" rappresenta proprio un altro grande limite: perdiamo intensità perché il nostro calcio è fatto di partite (brutte) dai ritmi spezzettati, con giocatori che accentuano contatti, falli tattici, trattenutine, portieri che impiegano eoni per fare una rimessa in gioco. L' "astuzia" poteva andare bene nel calcio senza telecamere, quelle dello stopper che, con l'arbitro girato, colpiva l'attaccante avversario per intimorirlo; oggi quel tipo di "astuzia" non è più tollerato. E tutti gli espedienti messi in campo possono servire a portare a casa i punticini, ma non fanno bene alla qualità e all'intensità del gioco.

Temo che il consigliere Angelini, nella sua analisi, abbia voluto inserire (forzatamente) le proprie idee politiche, mescolandole al tema sportivo. Come il chiamare in causa la solita Unione Europea. La legge Bosman ha iniziato ad avere effetti dal 1996-1997. È corretto dire che la sentenza Bosman abbia avuto effetti nefasti sui vivai, eppure nel 1999-2000 abbiamo vinto un europeo di calcio Under 21 con una nazionale fortissima, nel 2001-02 come nazionale al mondiale abbiamo pagato a caro prezzo decisioni arbitrali discutibili (fa parte del gioco, purtroppo), nel 2005-2006 abbiamo vinto il mondiale.

La crisi del calcio italiano nasce dalla povertà di infrastrutture, sulle quali si è scelto di non investire, anche per colpa della politica "dormiente". Stadi obsoleti, ricavi limitati, così le squadre devono sopravvivere solo grazie ai diritti televisivi. Ma il sistema è corroso anche dalla presa del potere da parte dei procuratori famelici, che intervengono anche sui settori giovanili, spostando le "pedine" a loro piacimento; e da un movimento di pensiero che ha sempre osteggiato la crescita dei giovani giocatori, perché si è sempre voluto il "tutto subito". E questa mentalità influisce anche sulla (scarsa) programmazione all'italiana. All'estero ai giovani si dà tempo di crescere, in Italia il giovane dopo due partite sbagliate è già "un brocco". Così gli stessi nostri giovani sono più invogliati a prendere la strada estera per essere valorizzati. Piuttosto, nessuno parla del vero orrore all'italiana: un campionato primavera, trasformato peraltro da campionato Under 19 in Under 20, in cui si retrocede! I 2006 continuano a giocare nelle squadre primavera e figuriamoci se, con i punti così pesanti, si possa dar spazio al gioco e alle qualità individuali. Senza contare poi che il talento "creato" nei settori giovanili si disperde proprio nel salto dalla primavera al professionismo, anche se la Serie B negli ultimi anni, per ragioni di costi, sta fortunatamente andando controtendenza.

Sul tema della globalizzazione, invece, a mio modo di vedere è l'essenza del calcio: non si può pensare al calcio come se fosse il proprio, bel giardino di casa. La politica può pensarlo, ma lo sport è un'altra cosa. Lo sport è costantemente confronto con altre realtà di tutto il mondo. Il confronto va oltre alle singole partite o competizioni calcistiche. Perché il calcio è cambiato? Perché i movimenti sportivi di altri paesi sono cresciuti. È cresciuto il valore del prodotto esportato (penso alla Norvegia, che già a fine anni '90 esportava diversi calciatori all'estero). Gli italiani di seconda generazione (già, proprio loro) portano linfa nuova al nostro calcio. Anche i naturalizzati. Ndour, Kayode, Koleosho, Alphadio Cissè, Anahor, Ekhator potranno essere colonne della nazionale del futuro e magari anche di qualche top club italiano. Non tolgono, aggiungono.

E i fondi che hanno preso d'assalto il nostro calcio? Le logiche economiche hanno sempre dominato il calcio, anche quando le nostre squadre trionfavano in Europa. È sparito il mecenatismo, questo sì, così come, progressivamente, sta sparendo il calcio dei conti in rosso. Il calcio italiano è stato avido. Avevamo grandi giocatori italiani e importavamo grandi stranieri. Per continuare a portare quest'ultimi, le società si sono indebitate oltre ai livelli di guardia, finché il sistema non è definitivamente crollato durante la pandemia Covid. Invece di investire in infrastrutture, in giovani e vivai, abbiamo continuato a spendere e spandere in cartellini di giocatori e ingaggi. Perché alla fine, all'italiano medio conta vincere trofei e prendere in giro i tifosi avversari al bar.

Ma il calcio italiano non è più sostenibile e i tanto spaventosi (nella visione di Angelini) fondi sono stati un salvagente, perché altrimenti tante società di A e e B sarebbero finiti come il nostro Rimini. Il Milan di Berlusconi, negli ultimi anni, non vinceva nulla, presentava rose infarcite di giocatori non all'altezza del blasone e della storia, eppure aveva i conti spaventosamente in rosso. Elliott ha preso la società dopo la disastrosa parentesi cinese, e ha messo i conti a posto. I fondi arrivano, investono, mettono a posto i conti. Non spendono e spandono: si coniuga il risultato sportivo con quello economico. Il calcio, inevitabilmente, si evolve. Eravamo maestri in un calcio in cui si giocava con il vecchio 1-3-4-2: il libero, lo stopper e il terzino arcigni marcatori, il terzino fluidificante, la mezzala di corsa, il mediano davanti alla difesa; ma anche il tornante, il rifinitore, il centravanti e la seconda punta che mettevano tanta qualità. Poi è arrivato il calcio a zona sacchiano, antenato di quel "gegenpressing" che ha imperversato per anni accanto al "guardiolismo". La tattica, in Italia, ha preso colpevolmente il sopravventuo. Non è facile, ora, tornare a essere stella polare del movimento calcistico. Più che il sovranismo invocato da Angelini serve un cambio di mentalità: la golden age che tanto rimpiangiamo non tornerà mai più. Servono sacrifici per potere ricostruire (altroché la logica dell'italiano medio del "Tutto e subito"). Ma per tornare a giocare un mondiale, consoliamo un po' tutti, basterà molto meno.

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