25 Aprile, le celebrazioni in Provincia di Rimini: Sadegholvaad, "Oggi è festa di tutti. Viva la liberazione"
Le immagini e le dichiarazioni delle celebrazioni del 25 Aprile nei Comuni del territorio riminese
RIMINI Rimini ha celebrato il 25 aprile con una giornata diffusa di commemorazioni dedicate alla Resistenza e alla Liberazione. Fin dal mattino l’Anpi ha deposto fiori sulle targhe delle vie cittadine intitolate a partigiani e antifascisti, per riportare alla memoria le storie legate a quei nomi.
A seguire le celebrazioni si sono concentrate tra Piazzale Roma, Parco Cervi e il centro storico. Dopo la posa di una corona al Monumento della Resistenza, un corteo ha attraversato la città fino a Piazza Cavour per la cerimonia conclusiva, con gli interventi delle autorità e dell’Anpi.
"Celebriamo oggi, per l'81esima volta, la Liberazione del nostro Paese.- così Andrea Caputo, Presidente dell'Anpi di Rimini, in un passaggio del suo intervento alla cerimonia - Ottantuno anni nei quali l'Italia si è ricostruita pezzo dopo pezzo, poggiando le proprie fondamenta sulla nuova Costituzione, quella guida ideologica che i nostri padri e le nostre madri costituenti vollero come bussola dello sviluppo civile e umano della nazione. Non fu un percorso facile: chi aveva combattuto per la libertà dovette affrontare l'opposizione ostinata di una classe dirigente ancora intrisa di cultura fascista. Eppure la Costituzione tenne, e fu grazie a essa che oggi possiamo celebrare anche l'80° anniversario del voto alle donne, e rivendicare l'esercizio di diritti che in tante parti del mondo restano ancora impensabili".
"I valori della Resistenza sono scolpiti nella Costituzione italiana. - così il sindaco Jamil Sadegholvaad, nel suo intervento -. Sono i valori della libertà, della democrazia, della pace, della convivenza civile, del rifiuto della legge del più forte in qualsiasi ambito, epoca e latitudine essa rischi di manifestarsi. A mettere su carta quei valori furono persone dall'estrazione culturale e sociale molto diversa, che seppero stare dalla stessa parte ‘del fiume e della Storia’ per schierarsi insieme contro il nazifascismo. Democristiani, comunisti, liberali lavorarono fianco a fianco per un anno e mezzo in nome di un bene comune: il futuro di un Paese che voleva risorgere, lasciandosi definitivamente alle spalle violenza e dolore. Per questo la nostra è una Costituzione democratica e antifascista. Il no ai nazifascisti non fu detto solo dai partigiani, ma dai militari che rifiutarono le Brigate Nere, dai carabinieri molti dei quali uccisi o deportati in Germania, dalle donne, dai sacerdoti, da tutti coloro che rischiarono la vita per nascondere un ebreo o sostenere chi combatteva. Quel no corale fu madre e padre di una Costituzione che è di tutti. Ancora oggi. Per questo il valore del 25 aprile non sta solo nella storia, ma vive nella quotidianità, nelle vie, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro di Rimini, la nostra bellissima città. Il 25 aprile è patrimonio nazionale. È festa popolare. È festa di tutti. Viva la Liberazione.”
RICCIONE Una partecipazione sentita e intergenerazionale ha accompagnato questa mattina le celebrazioni per l’81esimo anniversario della Liberazione a Riccione. Il corteo, partito dalla residenza comunale e accompagnato dalle note del Corpo Bandistico di Mondaino, ha toccato i punti cardine del ricordo cittadino: la deposizione delle corone d’alloro al Monumento ai Caduti di tutte le guerre e alla statua di Salvo D’Acquisto ha segnato i momenti di massima solennità, davanti alle autorità e a numerosi cittadini. Particolarmente suggestivo è stato il passaggio in piazza Matteotti e l’arrivo al Giardino della Scuola dell’infanzia Ceccarini, dove gli studenti delle scuole di Riccione hanno preso la parola per dare voce ai valori della Liberazione attraverso letture e testimonianze. I manifesti di poster art hanno restituito un paesaggio urbano inedito, fatto di immagini d’archivio, frammenti storici e memoria collettiva.
Il culmine della mattinata è stata l’attesa orazione civile di Gad Lerner. Introdotto da Gianfranco Miro Gori, il giornalista e scrittore ha offerto una riflessione profonda a partire dal progetto “Noi, Partigiani. Memoriale della Resistenza italiana”. Lerner ha ripercorso le scelte di donne e uomini che hanno lottato per la libertà, sottolineando come la nascita della democrazia repubblicana non sia un evento statico del passato, ma una responsabilità del presente.
Di seguito il discorso della sindaca Daniela Angelini:
Carissime e carissimi riccionesi,
è un’emozione estremamente potente vedervi qui, così numerosi, a presidiare il senso profondo di questa giornata. Essere qui, insieme, è l’atto più bello e necessario per onorare l’81° anniversario della nostra Liberazione. Celebrare questa data non significa solo piegarsi al dovere della memoria, ma riaffermare una scelta di libertà che deve farsi carne e sostanza nel nostro presente. Ottantuno anni fa l’Italia trovò la forza di spezzare le catene di un regime che aveva ridotto i cittadini a meri ingranaggi nelle mani di un dittatore fascista privo di cultura e di umanità. Un uomo, Benito Mussolini, che dallo scorso maggio, per volere del nostro nostro consiglio comunale, non è più cittadino onorario di Riccione. Non lo è più perché di onorabile, nella sua storia e nelle sue azioni, non ha lasciato alcuna traccia. Dal dopoguerra a oggi abbiamo avuto il privilegio, affatto scontato, di crescere dando per acquisita la libertà. Per decenni abbiamo considerato la democrazia come un approdo definitivo, un bene immobile, convinti che il progresso ci avrebbe accompagnati naturalmente verso un mondo sempre più giusto. Ma oggi, forse mai come nel corso degli ultimi ottant’anni, sentiamo che quella certezza inizia a vacillare. Viviamo un tempo che sembra voler "normalizzare l’orrore": l’odio sociale, l’omofobia e il razzismo tornano a farsi spazio nel linguaggio pubblico, non più come tabù impronunciabili, ma come opinioni tra le altre. Ci stiamo imbarbarendo, ci stiamo disumanizzando, e la cosa più grave è che fatichiamo a rendercene conto. Succedono cose che solo dieci anni fa non avremmo mai immaginato: forze politiche dichiaratamente fasciste o post-fasciste ottengono consensi di massa e guidano i governi di molti Paesi cosiddetti occidentali. Se siamo qui oggi è perché noi pensiamo che tutto ciò non sia normale. La guerra stessa ha smesso di essere percepita come il fallimento estremo della politica per essere riabilitata come uno strumento ordinario di gestione delle crisi. Lo vediamo da troppo tempo nel cuore dell’Europa, con l’aggressione brutale della Russia ai danni dell’Ucraina; lo vediamo nel drammatico conflitto permanente in Medio Oriente e in Iran, teatro di attacchi militari da parte di Stati Uniti e Israele. Non abbiamo mai vissuto un’instabilità così profonda dalla fine del secondo conflitto mondiale. Di fatto, non siamo più governati da un ordine mondiale che ha la pace come fine ultimo, ma siamo giunti alla legittimazione di politiche di intervento militare unilaterali senza alcuna giustificazione plausibile. È diventata accettabile una sorta di "giustizia privata" tra Stati, dove chi è più forte decide le sorti degli altri e si sente autorizzato a bombardarli. Ma la minaccia alla democrazia non bussa solo ai confini con le armi. C’è una sfida silenziosa che si muove dentro le nostre società, tra le pieghe di una modernità che rischia di svuotare il senso stesso del vivere comune. Dobbiamo chiederci, con senso critico profondo: da cosa dobbiamo difendere la nostra democrazia oggi? Il rischio è che ci venga sottratta per inerzia, proprio mentre siamo immersi in una deriva dove la verità è distorta da algoritmi usati per condizionare e polarizzare l'opinione pubblica. In questo spazio dominato dalla disinformazione, dalle fake news, i nuovi padroni dell’intelligenza artificiale e dei social network non nascondono più la loro ambizione: vogliono superare il modello democratico, liquidandolo come un sistema vecchio e lento. Dichiarano apertamente di voler sostituire il governo dei cittadini con il governo delle macchine, portandoci in un mondo dove le scelte su lavoro, salute e diritti non passino più dal confronto pubblico, ma siano il risultato di un calcolo matematico tanto efficiente quanto potenzialmente inumano. Ma la democrazia non è un algoritmo da ottimizzare. È, per definizione, la fatica di ascoltarsi, la pazienza della mediazione e il coraggio di scegliere insieme. Se sacrifichiamo la partecipazione in favore di una formula scritta in una stanza chiusa della Silicon Valley, non avremo una società più moderna, ma solo una società meno libera. Avremo consegnato il potere a pochi oligarchi mascherati da innovatori che non si vergognano a fare il saluto nazista in pubblico. Questa spinta tecnocratica porta con sé l’inevitabile rischio di uno sbilanciamento dei poteri dello Stato. Badate bene, non sto condannando l’intelligenza artificiale; sostengo però che uno strumento così impattante non può essere gestito in modo opaco da pochissime persone come accade oggi. Se permettiamo che la complessità democratica venga sacrificata in favore dell'uomo solo al comando o della rapidità d'esecuzione di un algoritmo, mettiamo tutto a rischio. Allora il sacrificio di chi morì per liberarci dal fascismo sarà stato vanificato. Proprio per ritrovare questa consapevolezza, questo bisogno di informazione e di pensiero lungo, Riccione sta vivendo in questi giorni un’esperienza straordinaria con "Novecento in riva al mare". Sono cinque giornate di riflessione intensa; un laboratorio civile che non è una semplice parata culturale, ma un’officina di pensiero necessaria per ricostruire quegli anticorpi che sembrano essersi indeboliti. Studiare la storia del secolo scorso non è un esercizio accademico: è l'unico modo per non essere spettatori passivi del nostro tempo. La consapevolezza è l'arma più potente che abbiamo: solo chi conosce può scegliere, solo chi sceglie è davvero libero. Tra poco, Gad Lerner darà voce al memoriale della Resistenza. Le sue parole ci ricorderanno che essere "partigiani" oggi significa ancora prendere posizione. Significa scegliere la verità contro la propaganda e schierarsi con i fragili contro l’indifferenza. Significa sapere dire no quando è necessario. Non è un caso che ci troviamo a pochi passi da piazza Matteotti: il suo nome ci ricorda che la libertà si paga spesso a caro prezzo e che non ammette silenzi complici. Dobbiamo questa vigilanza a chi ci ha preceduto qui, nella nostra terra. Abbiamo un dovere di riconoscenza verso figure, ne cito solo alcune, come Athos Crudi, che ha speso ogni giorno della sua vita per farsi testimone attivo degli orrori del nazismo. E dobbiamo gratitudine alle sorelle Luisa e Silvia Zaban. Ricordiamo ancora la loro storia: bambine ebree caricate su un treno dalla madre, che scelse di restare a terra e sacrificare la propria vita, finendo in un forno crematorio, per mettere in salvo le figlie. Luisa e Silvia sono cresciute qui, sono diventate le maestre di molti riccionesi, portando per sempre negli occhi il segno di un orrore che accadde davvero. Sono state la nostra memoria finché sono state in vita. Ricordare i loro nomi oggi significa onorare il debito che abbiamo verso il futuro. La battaglia per la democrazia non è mai finita. Spetta a noi restare vigili, educare i nostri giovani a non accontentarsi di verità precostituite e partecipare attivamente alla vita di questa comunità. Perché, mai come oggi, la libertà è partecipazione. Buon 25 aprile a tutti voi. Viva Riccione, viva la Costituzione, viva la Liberazione!
SANTARCANGELO Questa mattina (sabato 25 Aprile) si sono svolte le celebrazioni istituzionali di Santarcangelo per l'81° anniversario della Liberazione nazionale dal nazifascismo, con ampia partecipazione di pubblico, alla presenza delle autorità civili e militari e con l'accompagnamento della banda musicale cittadina "Serino Giorgetti".
Di seguito il discorso del sindaco, Filippo Sacchetti:
Il 25 aprile ci permette ancora una volta di camminare insieme per le vie del paese, di ritrovarci qui, nella nostra piazza, con la nostra gente, a festeggiare la Liberazione. E quindi la libertà, che oggi ci è ancora data di godere dopo quella lotta collettiva di 81 anni fa. È un momento che ha un senso se possiamo celebrarne il suo valore istituzionale insieme al valore sentimentale che questo giorno rappresenta per tanti di noi. Vorrei dire per tutti noi, ma nella nostra società purtroppo l’estremismo e la menzogna diffusi non garantiscono unità nazionale attorno al 25 aprile. Io ad esempio credo a quella affermazione, neanche tanto provocatoria, che dice che è divisivo solo per chi è fascista. Perché, senza fanatismo alcuno, credo che il valore di questo giorno dovrebbe rappresentare un’occasione di orgoglio e unità. È una grande sensazione vitale sentirsi emozionati e coinvolti nel trascorrere insieme questa giornata, fermarsi e riflettere su quanto essere una comunità dia la possibilità di restituire a chi non gode delle stesse condizioni repubblicane di pace, libertà e democrazia di cui godiamo noi. Ma la nostra condizione fortunata non è permanente e garantita, è il frutto di un’opera democratica che più di 80 anni fa ha portato donne e uomini a lasciare le proprie case e unirsi al prezzo della vita per provare a dare un futuro migliore alle generazioni che sarebbero arrivate. E questa emozione è tanto più forte se pensiamo con la tristezza nel cuore che i protagonisti di quegli anni se ne stanno lentamente andando, lasciandoci portatori di quelle ferite, di quegli insegnamenti, di quegli sguardi di speranza, di timori non detti, della necessità di pensare che non sarebbe più successo. Che ci si sarebbe dovuti fidare di chi veniva dopo per garantire che violenza e autoritarismo non sarebbero stati più alla guida del nostro Paese. Io so che noi siamo qui per difendere questi confini di libertà, così come so che la tentazione di restringere i campi del nostro agire e del nostro pensare a volte passa anche per i palazzi dove si prendono decisioni di governo. E che sarebbe ancora più importante fare di queste nostre conquiste un patrimonio collettivo contro le sofferenze dei popoli nel mondo. Perché è giusto chiedersi quale sia il valore contemporaneo di questa conquista, quanto la pace abbia garantito in Italia e in Europa, a partire dalla Costituzione del 1946, uno straordinario periodo di prosperità, crescita, innovazione, prospettive illuminanti di una qualità della vita fino a quel momento impossibile anche solo da immaginare. Eppure, oggi siamo ancora costretti a fare i conti con guerre, violenze e soprusi. E purtroppo la nostra risposta, quella del mondo occidentale, sulla carta giusto e libertario, non si realizza con la stessa appropriata misura ovunque. Se di fronte al tentativo di occupazione unilaterale dell’Ucraina, l’Europa si è fatta sentire pronta, contrastando l'invasore assieme al popolo occupato, abbiamo dovuto assistere invece a un atteggiamento completamente diverso rispetto alla Striscia di Gaza, dove è stato intentato un genocidio etnico da parte di Israele senza precedenti nella storia recente. Una consegna passiva a un equilibrio geopolitico che non trova nessuna giustificazione e per cui mi vergogno di essere un cittadino di questo continente, perché l’Europa avrebbe dovuto anteporre se stessa con tutte le forze di fronte a quel massacro indistinto di persone per lo più innocenti. E poi abbiamo dovuto assistere nuovamente da spettatori alle azioni unilaterali del presidente degli Stati Uniti in Venezuela e, insieme a Israele, contro l’Iran, in un attacco scellerato ancora in corso per cui pagheremo tutti amare conseguenze. Tutto questo ha senso? Era veramente un attacco armato la risposta necessaria per garantire la libertà del popolo iraniano? Non lo sapremo mai, perché non c’è stata nessuna discussione argomentata a precedere le decisioni in merito. Solo istinti e interessi. E noi, senza una difesa e una politica estera comune, siamo un continente senza guida. Neanche a chiedersi cosa possiamo fare noi da soli come italia. Poco. Poco e niente. Però da qui, da questa piccola piazza del mondo, in questo 25 Aprile io vorrei che urlassimo tutti insieme che adesso basta! Che ci siamo stancati di vedere innocenti morire ancora sotto le bombe! Che non ci sono bombe giuste e che la repressione violenta del dissenso non è mai giusta! Perché abbiamo imparato che la violenza non è mai la strada per contrastare il pensiero libero e che questo troverà sempre il modo per esistere o resistere. Per questo a noi spetta il compito di continuare a resistere attraverso la cultura e il sapere. Con tutte quelle forme che rendono libere le persone, libere per prima cosa di interrogarsi e pensare. È questa la strada privilegiata che la cultura permette di percorrere. Sono stato orgoglioso di incontrare queste profonde riflessioni a Santarcangelo, nel programma del Festival del Teatro in piazza, dentro il grido di dolore dei versi dei poeti di Gaza letti durante il Cantiere Poetico, nei momenti di ritrovo a sostegno della missione della Flotilla, nel cinema, nell'arte, nel confronto aperto che non teme opinioni diverse. Bene, se questa è la nostra identità, se questi siamo noi, allora da qui possiamo andare via con l'impegno di non arrenderci, di non voltarci dall’altra parte, del sentire battere il cuore quando vediamo un’ingiustizia e ci viene voglia di reagire, con il nostro sentirci un po’ partigiani e un po’ responsabili di quelle vite che si sono messe in gioco per un interesse superiore, collettivo. È solo la nostra forza collettiva che può fare da argine e darci il senso di essere qui a celebrare, a festeggiare, a cantare “Bella Ciao”, il canto di riscatto e libertà per cui tutti nel mondo ci riconoscono. E non sottovalutiamoci sempre, rendiamoci conto che essere italiani anche per questo è motivo di orgoglio, che il mondo ci guarda con ammirazione anche per come siamo stati capaci di liberarci dal fascismo, da una condanna che sembrava fossimo andati a cercarci. Magari per un un peccato di indifferenza. Di sottovalutazione. Inizia sempre cosi. Si lascia correre, si pensa che tanto possa pensarci qualcun altro. In realtà non è vero, siamo tutti cellule di un organismo che devono cooperare alla costruzione di un mondo migliore e più giusto. È anche questo il senso del 25 Aprile, celebrare chi ha dato la vita per costruirlo un mondo migliore e più giusto, rinnovandone l’esempio per innalzare anno dopo anno un argine a chi vive di pericolose nostalgie di un passato che tutti insieme dobbiamo lasciare solo nelle pagine più brutte dei libri di storia. Viva la libertà, viva la Resistenza, viva il 25 Aprile!
MISANO Con la posa delle corone d’alloro ai monumenti ai caduti che sorgono a Misano Monte, in piazzetta “Matatia” e di fronte alla sede comunale, Misano Adriatico ha dato inizio questa mattina alle celebrazioni per ricordare l’Anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo. Al fianco del Sindaco Fabrizio Piccioni, Nicola Semprini in rappresentanza dell’ANPI. La mattinata è proseguita con la Santa Messa in memoria dei caduti di tutte le guerre, nella Chiesa Parrocchiale di Misano Mare e, a seguire, con i discorsi istituzionali in Piazza della Repubblica, dove i ragazzi dell’Istituto Comprensivo hanno letto poesie, racconti e testimonianze. In chiusura il concerto omaggio a Francesco Guccini “Se io avessi previsto tutto questo”, a cura di Francesco Mussoni, Eros Rambaldi, Fabrizio Flisi e Alex Magnani.
CATTOLICA Grande partecipazione alle celebrazioni del 25 aprile con una cerimonia che ha visto la città unirsi in un solo corteo e sfilare dal Porto al centro nel segno della memoria e dei valori di libertà, democrazia e pace. “Cattolica è una città della Resistenza da sempre e per sempre” ha ribadito la sindaca Franca Foronchi che ha voluto mettere in evidenza due aspetti che si sono lasciati spesso in secondo piano: “le donne e i giovani – ha sottolineato la prima cittadina – Il loro impegno nella Resistenza è stato in prima linea, hanno lottato contro l’oppressione nazifascista accettando il rischio e purtroppo arrivando a sacrificare la propria vita. Il ruolo delle donne è stato determinante in tutta Italia, a partire da Cattolica. Mercoledì abbiamo intitolato un parco alla staffetta partigiana cattolichina Luisa Prioli. Una donna che ha scelto subito di stare dalla parte giusta della storia. Rischiava la vita ogni notte, in sella alla sua bicicletta, portando messaggi nascosti nella canna in una stamperia clandestina. Ma abbiamo avuto altre importanti figure femminili. Penso a Bruna Giommi, prima consigliera comunale donna nel Dopoguerra, a cui abbiamo dedicato dei giardini, ad Anna Pizzagalli, anche lei consigliera comunale e sindacalista, a cui abbiamo intitolato un parco. E anche a Bruna Morganti, figlia di Guido Morganti, il sarto cattolichino che salvò 13 ebrei dalla persecuzione nazi-fascista. Bruna ha passato la vita a farsi custode e testimone del coraggio e dell’esempio del padre. Le donne sono state la Resistenza. Quest’anno celebriamo anche gli 80 anni dal riconoscimento del diritto di voto alle donne”.
"Ma la Resistenza è stata anche un fenomeno giovanile – ha ripreso la sindaca Foronchi - il 75 per cento dei combattenti era costituito da ragazzi nati tra il 1922 e il 1925, mentre furono 22mila circa i giovanissimi, tra i 17 e i 19 anni, che aderirono alla Resistenza liberamente e volontariamente. La forza dei giovani, la loro passione, la capacità di rompere schemi e imposizioni. Quei giovani che sono sempre capaci di sorprenderci e che noi dobbiamo essere capaci di ascoltare. Loro sono oggi i veri custodi e interpreti della nostra Costituzione, la legge più bella mai scritta. L’abbiamo scritta da soli, senza imposizioni esterne. È la Costituzione che da 81 anni ci garantisce pace e democrazia. Voglio concludere con le parole di Tina Anselmi, staffetta partigiana quando aveva appena 20 anni, una delle 21 donne costituenti e prima ministro donna: Entrare nella Resistenza non è stato un gesto eroico, ma una necessità. Dopo aver visto impiccare dei ragazzi per strada ho capito che non si poteva restare neutrali. La libertà non è un dono: è una conquista che richiede responsabilità. Viva il 25 aprile, viva la libertà e viva Cattolica, città della Resistenza, ieri, oggi e sempre”.
Dopo la sindaca, parola a Maurizio Castelvetro, presidente dell’Anpi che ha sottolineato come “i valori che pensavamo acquisiti per sempre siano ancora da difendere. Oggi assistiamo a un ritorno della guerra e dei fascismi. Ma abbiamo gli anticorpi: le manifestazioni per la pace, l’attaccamento alla Costituzione e una nuova generazione che vuole essere protagonista”. Anche Vera Bessone, presidente del Coordinamento Donne di Rimini ha ricordato come le “donne non contribuirono alla Resistenza, ma che furono, insieme con gli uomini, la Resistenza. Un Resistenza definita taciuta perché l’Italia del Dopoguerra ha tentato di silenziarle, ma noi oggi, domani e ogni giorno le vogliamo ricordare. Viva le donne e gli uomini della Resistenza”. A chiudere gli interventi Silvio Di Giovanni, con un commosso ricordo di quegli anni di dittatura che ha vissuto e combattuto con coraggio e determinazione. La mattinata di celebrazioni, a cui hanno presenziato tutte le autorità civili, militari, religiose, forze dell’ordine, associazioni combattentistiche e d’armi, comitati, e tantissimi cittadini e cittadine, ha preso il via dal raduno al Porto, con la cerimonia di deposizione delle corone al monumento dei Caduti del Mare e la lettura della Preghiera del marinaio. Poi, sempre accompagnato dalla musica della banda di Colombarone-Fiorenzuola di Focara, il corteo ha sfilato lungo via del Porto fino a piazza Roosevelt. Qui è stata deposta un’altra corona al monumento alla Pace. Poi l’ultimo spostamento ai piedi di Palazzo Mancini dove si sono tenuti gli interventi della Sindaca e degli altri relatori.
VERUCCHIO Le celebrazioni del 25 Aprile si sono tenute a Villa Verucchio, con il ritrovo in Piazza XXV Aprile, Poi il corteo sino al Palazzo del Centro Civico, quindi la commemorazione. La Banda Musicale cittadina ha accompagnato le fasi della celebrazione. È quindi intervenuta Annarita Tonini, presidente Anpi - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia della provincia di Rimini.
La sindaca Lara Gobbi ha pronunciato il discorso ufficiale: "Oggi 25 aprile è la Festa della Liberazione ed è la Festa della Pace. Ma a 81 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ci dobbiamo ritrovare circondati dagli stessi incubi che segnarono le esistenze di chi ci ha preceduto. Ancora conflitti crudeli e stragi insensate, ancora folli disegni di regimi totalitari, ancora deliri di onnipotenza capaci di produrre solo violenza e distruzione. Le immagini che ci giungono ogni giorno sembrano riportarci indietro nel tempo. La storia e la memoria dunque non hanno insegnato nulla? O forse siamo noi che non vogliamo imparare, non ascoltiamo le lezioni e i ricordi dei nostri genitori e nonni e bisnonni? Intendiamo rendere vane le loro indicibili sofferenze, mettere una pietra sopra ai lutti e alle ingiustizie, voltare le spalle ai sacrifici e alle lotte che hanno assicurato a noi pace e benessere? Sono certa di no. Questa comunità di Verucchio, che un prezzo così alto ha pagato fra il 1940 e il 1945, sa bene cosa significa l’articolo 11 della nostra Costituzione e perché è stato scolpito nelle fondamenta della nostra Repubblica. Lo sappiano a memoria? Ebbene ripetiamolo ancora una volta: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Ci sono parole più chiare e condivisibili? E soprattutto, ci sono parole più attuali? No, purtroppo siamo ancora una volta a doverle proclamare al mondo. La data di oggi, fondamentale per il nostro Paese, segna la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà, della dignità e della democrazia. Per lungo tempo questa giornata è stata, ed è, una festa: la festa di un popolo che ha saputo rialzarsi, che ha trovato nella Resistenza la forza di opporsi all’oppressione e di costruire un futuro migliore. Questo ci richiama con forza al significato più autentico di questa giornata. Celebrare il 25 aprile non significa solo ricordare il passato, ma assumersi una responsabilità nel presente. Significa mantenere viva la memoria, affinché ciò che è stato non accada mai più. Significa riconoscere che la pace, una volta conquistata, non è mai definitiva, ma va custodita ogni giorno, con impegno, con responsabilità, con coraggio. La memoria della Resistenza ci insegna il valore della libertà, ma anche quello della solidarietà, del dialogo, della convivenza tra i popoli. Ci insegna che ogni generazione ha il compito di difendere questi principi, nelle grandi scelte come nei piccoli gesti quotidiani. Oggi, dunque, rendiamo omaggio a chi ha sacrificato la propria vita per donarci un Paese libero e democratico. Ma allo stesso tempo rinnoviamo il nostro impegno: non smettere di credere nella pace, non smettere di costruirla, non smettere di difenderla. Con questo spirito, guardiamo al futuro con speranza e responsabilità. Viva la Liberazione, viva la Resistenza, viva la Pace.
SAN GIOVANNI IN MARIGNANO Di seguito il discorso della sindaca Michela Bertuccioli.
Carissime cittadine e cittadini,
grazie ad ognuna ed ognuno di voi per essere presenti e per la vostra partecipazione ad una ricorrenza che ancora oggi parla ed è preziosa in ciò che rappresenta.
Ci ritroviamo per celebrare e onorare un impegno comune di cui non si potrà mai fare a meno, perchè il 25 aprile incarna un sogno senza il quale il Paese non sarebbe libero, né davvero vivo, né pienamente umano.
Spesso si pensa alla Resistenza come a un movimento nato esclusivamente per “combattere contro” l’oppressione nazi-fascista. Certamente lo fu. Ma la sua eredità più grande risiede nel suo essere stata un “progettare per”. Quel tempo di lotta non fu solo un campo di battaglia, ma il vero cantiere della nostra democrazia.
Quest’anno, nell’80° anniversario della Repubblica e dell’Assemblea Costituente, abbiamo desiderato ricordare più che mai il ruolo delle Madri Costituenti: 21 donne straordinarie elette nell’Assemblea Costituente il 2 giugno del 1946, troppo a lungo rimaste ai margini del racconto pubblico, che hanno portato nella scrittura della Carta la loro intelligenza lucida, la loro forza valoriale, la loro capacità di visione. Queste donne rappresentarono la voce femminile per la prima volta in Parlamento, battendosi per i diritti civili, la parità di genere, la maternità, il lavoro; donne che seppero affermare diritti in un contesto in cui sembravano inimmaginabili.
Accanto alla determinazione e al coraggio, portarono anche qualcosa di altrettanto essenziale: uno sguardo aperto, l’attenzione agli altri. In un tempo in cui troppo spesso assistiamo a modelli di potere fondati sulla prepotenza, sulla contrapposizione e sulla sopraffazione, il loro esempio ci ricorda che si può governare anche — e meglio — attraverso il rispetto, il dialogo e il confronto.
C’è un legame stretto e profondo che conduce dai sentieri battuti dai partigiani e le strade percorse dalle staffette - ragazze e donne spesso giovanissime, che attraversavano città e montagne portando messaggi, armi, speranza a rischio della propria vita - fino alle aule dell’Assemblea Costituente. È anche grazie a quella spinta instancabile che è stato reso possibile il passaggio fondamentale dalla libertà “da” alla libertà “di”. Se il 25 aprile ci ha consegnato la libertà dall’occupazione nazista e dal fascismo; è la nostra Costituzione che ci ha donato la libertà di partecipare, di istruirci, di curarci e di lavorare. Grazie a questa legge fondamentale, la Liberazione è diventata un progetto di vita quotidiana.
Piero Calamandrei diceva che per capire dove sia nata la nostra Costituzione dobbiamo andare sulle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri, nei campi dove furono impiccati. È la verità: ogni articolo della Costituzione che oggi consideriamo ovvio è l’esatta risposta a un sopruso subito; è una voce che rivendica la realizzazione di ogni vita e ci ricorda che non tutto è scontato.
Questo è il “testamento” di chi è caduto: una sintesi straordinaria nata dal dialogo tra persone che avevano idee diverse — comunisti, cattolici, liberali, azionisti — ma che scelsero di trovare un linguaggio comune per il bene di tutti e tutte. In un mondo che oggi appare sempre più polarizzato e diviso, in un contesto internazionale dove le priorità sembrano dettate da economia e finanza e non dal valore delle vite umane, questo messaggio è di un’attualità sconvolgente.
La Costituzione non è semplice inchiostro sulla carta. È una bussola viva solo se resa attuale dalla coscienza e dalle azioni di ognuna e ognuno di noi. I suoi valori — la pace, la solidarietà, la dignità del lavoro, l’uguaglianza — non sono concetti del passato, ma le uniche risposte possibili ad ogni periodo di crisi e smarrimento, come quello che stiamo vivendo nell’attuale contesto internazionale.
Celebrare significa dunque trasformare la memoria in impegno e azione civile. Significa ricordarci che la democrazia non è uno stato di natura, ma una conquista che richiede una cura quotidiana. Continuiamo a fare Resistenza ogni volta che difendiamo un diritto, ogni volta che scegliamo il dialogo invece dello scontro, ogni volta che riconosciamo la dignità umana come valore supremo e non negoziabile.
Per questo, come Sindaca, ho desiderato invitare in questa giornata le ragazze e i ragazzi che hanno compiuto 18 anni per consegnare loro la Costituzione. È per me un’emozione profonda, un gesto che nasce da un sentimento autentico di responsabilità e di fiducia.
A voi, ragazze e ragazzi, dico: ho giurato sulla nostra Costituzione, che orienta ogni giorno il mio impegno per il bene comune. Consegnarvela significa affidarvi non solo un testo, ma l’invito a partecipare attivamente alla costruzione della società in cui viviamo. Le vostre voci, le vostre idee, il vostro impegno, i vostri sogni, possono fare la differenza. Partecipare, informarsi, esprimere il proprio pensiero, rispettare gli altri: sono questi i gesti che rendono viva ogni giorno la nostra democrazia.
Grazie per essere qui e grazie ai rappresentanti delle forze dell’ordine, ad ANPI, ai rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni, alla delegazione di studentesse e studenti dell’Istituto Comprensivo Statale e ai loro insegnanti, al corpo bandistico e a tutte le realtà che rendono la nostra comunità viva, presente e capace di crescere insieme.
A tutte e tutti voi Buon 25 Aprile e grazie, grazie alla nostra Costituzione!
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