VIOLENZA SESSUALE

Riccione, violenze e abusi sull’ex compagna: condanna definitiva a 4 anni e 11 mesi per un personal trainer

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del 49enne, riconosciuto colpevole di maltrattamenti, violenza sessuale, lesioni e minacce

A cura di Michela Alessi Redazione
23 ottobre 2026 14:08
Riccione, violenze e abusi sull’ex compagna: condanna definitiva a 4 anni e 11 mesi per un personal trainer -
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La Terza Sezione penale della Corte Suprema di Cassazione, all'udienza di ieri, 22 ottobre, ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto nell'interesse dell’imputato, personal trainer riccionese di anni 49, difeso dall'avvocato Stefano Caroli, rendendo così definitiva la condanna a quattro anni e undici mesi di reclusione per gravi reati commessi ai danni dell'ex compagna.

Una decisione che pone fine al percorso giudiziario e apre ora la fase esecutiva della pena, non essendo prevista, per la natura dei reati accertati, la sospensione ordinaria dell'esecuzione.

La vicenda era approdata dinanzi al Tribunale di Rimini, dove il procedimento, che ha visto impegnato nel corso del dibattimento anche il pubblico ministero dott. Luca Bertuzzi, si era concluso il 26 settembre 2024 con la condanna dell'imputato. La decisione era stata pronunciata dal collegio presieduto dalla dottoressa Adriana Cosenza, composto anche dai giudici Luca Gessaroli (estensore) ed Elisa Giallombardo, ed era stata successivamente confermata dalla Corte d'Appello di Bologna il 28 gennaio 2026.

Maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, lesioni personali, percosse e minacce: questi i reati per i quali è stata definitivamente riconosciuta la responsabilità dell'uomo, all'esito di un'articolata istruttoria che ha ricostruito una relazione sentimentale trasformatasi progressivamente in un rapporto di dominio e sopraffazione.

Tra gli episodi più gravi, quello risalente al 10 novembre 2020, quando una banale discussione sulla scelta di un abbonamento Internet per l'abitazione della coppia degenerò in una violenza sessuale. Secondo quanto accertato dai giudici, l'uomo, dopo avere impedito alla compagna di allontanarsi, la trascinò in camera da letto, le strappò i vestiti e la costrinse a subire un rapporto sessuale nonostante il pianto e le ripetute suppliche di fermarsi. Particolarmente significativa la frase pronunciata dall'imputato durante l'episodio, da lui stesso riconosciuta nel corso del processo: «Mi sembra di stuprarti».

Ma la violenza fisica e sessuale rappresentava soltanto una parte del contesto ricostruito nel processo. Dalle testimonianze, dai messaggi e dalle registrazioni è emerso un sistema di controllo quotidiano: la pretesa di ispezionare il telefono della compagna, le imposizioni sull'abbigliamento, le limitazioni alle frequentazioni con le amiche e ai rapporti familiari, fino alla volontà di decidere quali fotografie la donna potesse pubblicare sui social network e come dovesse organizzare i propri spostamenti.

Non sono mancate gravi aggressioni fisiche. Il 12 gennaio 2021, durante una lite, l’imputato spinse violentemente la compagna fuori dall'abitazione, facendola cadere e provocandole una frattura sacrale, con una prognosi di trenta giorni. Un'ulteriore aggressione, avvenuta il 14 febbraio successivo, le procurò lesioni al braccio sinistro. Accertati anche successivi episodi di percosse e minacce, tra cui quella di ustionarle il volto con una piastra rovente.

Un quadro nel quale, secondo la ricostruzione giudiziaria, la gelosia e la pretesa di controllo si traducevano in una progressiva compressione della libertà e dell'autonomia della donna, sino a condizionarne anche le più ordinarie scelte quotidiane.

Determinanti per l'accertamento delle responsabilità sono stati non soltanto il racconto della persona offesa, ma anche i numerosi riscontri acquisiti: certificazioni mediche, testimonianze, messaggi, registrazioni audio e un diario personale nel quale la donna aveva annotato gli episodi della relazione.

La condanna definitiva comprende anche il risarcimento di 16.300 euro riconosciuto alla parte civile, assistita in tutti i gradi di giudizio dall'avvocato Mattia Lancini del Foro di Rimini.

«La mia assistita, prima di trovare il coraggio di denunciare, aveva soprattutto paura di non essere creduta», commenta l'avvocato Mattia Lancini. «Il processo ha dimostrato che la credibilità di una persona non si misura dalla sua fragilità, ma dalla serietà con cui vengono verificati i fatti. Il suo racconto è stato sottoposto a un rigoroso vaglio e ha trovato conferma in una pluralità di riscontri indipendenti. Per lei si chiude una vicenda profondamente dolorosa, ma soprattutto si consolida una fiducia nella giustizia che, all'inizio di questo percorso, temeva di non poter trovare. Ed è questo, prima ancora della pena inflitta, il significato più importante della decisione».

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