Rimini: Davide Enia porta a teatro la memoria delle stragi di mafia

"Autoritratto si propone come una orazione civile, un processo di autoanalisi personale e condiviso, un confronto con lo Stato”

A cura di Michela Alessi Redazione
09 marzo 2026 14:30
Rimini: Davide Enia porta a teatro la memoria delle stragi di mafia -
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23 maggio 1992. Una bomba in autostrada uccide il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e alcuni agenti della scorta. Cinquantasette giorni dopo un’autobomba esplode in via D’Amelio, muoiono il giudice Paolo Borsellino e i cinque membri della scorta. A più di 33 anni dalle stragi mafiose, Davide Enia racconta l'impatto di Cosa Nostra sulla vita delle persone, di cittadine e cittadini. Un Autoritratto intimo e collettivo che il drammaturgo siciliano presenta mercoledì 11 marzo al Teatro degli Atti (ore 21), raccontando di una comunità costretta a convivere con la continua epifania del male.

Premio Ubu 2025 come migliore nuovo testo italiano, Autoritratto si propone come “una orazione civile, un processo di autoanalisi personale e condiviso, un confronto con lo Stato” spiega Enia, a sua volta premiato all’ultima edizione degli Ubu come miglior attore.  Intrecciando cunto e parole, corpo e dialetto, usando gli strumenti che il vocabolario teatrale ha costruito nella sua Palermo, Autoritratto esplora il rapporto nevrotico con Cosa Nostra e il suo devastante impatto emotivo nella vita di ognuno.

“Io non ho nessun ricordo del 23 maggio 1992- scrive Enia nelle note di regia - Non ricordo dove fossi, con chi, quando e dove ho appreso la notizia della bomba in autostrada che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e alcuni agenti della scorta. I miei parenti, i miei amici, i miei compagni, tutte le persone che conosco hanno un chiaro ricordo di quel giorno. Io ho un vuoto che non si riempie. Le mie difese emotive hanno operato una rimozione tanto profonda quanto dolorosa. Ma non è la rimozione una degli effetti della nevrosi? In Sicilia praticamente tutti abbiamo avuto, almeno fino alle stragi, un rapporto di pura nevrosi con Cosa Nostra. È un discorso che ha a che fare con la coscienza collettiva condivisa, con la pratica del quotidiano, con strutture di pensiero millenarie. Per diverse ragioni, da noi la mafia è stata minimizzata, sottostimata, banalizzata, rimossa o, al contrario, mitizzata. Ovvero: non è mai stata affrontata per quello che è”.

Lo spettacolo poi prenderà in esame un caso particolare, “un vero e proprio spartiacque nella coscienza collettiva – spiega Enia - il rapimento e l’omicidio di Giuseppe di Matteo, il bambino figlio di un collaboratore di giustizia, rapito, tenuto per 778 giorni in prigionia in condizioni spaventose e infine ucciso per strangolamento per poi venire sciolto nell’acido. Una storia disumana che si configura come l’apparizione del male, il sacro nella sua declinazione di tenebra. Siamo in presenza dell’orrore, di una ferocia smisurata, di una linea di azioni così abiette da essere impossibile ogni aggettivazione. E su tutto vibra il sacrificio di una vittima innocente. La verticalità della vicenda ha in sé tutti i requisiti della tragedia, soprattutto nella formulazione di domande che non possono avere risposte”.

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