Rimini non dimentica Fellini: nuova prestigiosa mostra con le foto inedite di Deborah Beer

Al palazzo Fulgor inaugurazione sabato 24 gennaio alle ore 17.30

A cura di Riccardo Giannini Redazione
20 gennaio 2026 13:00
Rimini non dimentica Fellini: nuova prestigiosa mostra con le foto inedite di Deborah Beer - Debora Beer © Archivi Cinemazero​​
Debora Beer © Archivi Cinemazero​​
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Il patrimonio visivo del cinema italiano si arricchisce di un capitolo prezioso e finora rimasto in ombra. Grazie a un accordo tra il Fellini Museum e Cinemazero di Pordenone, prende vita Le magie di Federico Fellini, le alchimie di Deborah Beer un progetto espositivo che è anzitutto una restituzione attiva: molte decine di fotografie di Deborah Beer, di cui Cinemazero detiene diritti e patrimoni, sono rimaste per decenni silenziose. Immagini ora ritrovate nell’Archivio Fellini del Comune di Rimini, che si conferma uno scrigno di materiali inediti pronti da essere valorizzati, studiati e condivisi.

Curata da Riccardo Costantini responsabile delle attività di Cinemazero e dal direttore del Museo Fellini Marco Leonetti, la mostra si sviluppa su due sedi: a Rimini, al Palazzo del Fulgor, con inaugurazione sabato 24 gennaio alle ore 17.30 e a Cinemazero di Pordenone, dal 29 gennaio, costruendo un dialogo tra due contesti che si fondono in un unico corpo di immagini capace di rimettere in movimento il senso profondo dell'opera felliniana. L’esposizione è corredata da un importante pubblicazione edita da Dario Cimorelli Editore con un saggio introduttivo di Marco Bertozzi e un approfondimento di Andrea Crozzoli.

Queste fotografie non sono semplici documenti di lavorazione ma forme intermedie dell’immagine. Situate in un territorio ambiguo tra il fotogramma e il documento, come spiegano gli stessi curatori, catturano il cinema mentre prende forma, quando il set è ancora un’officina e l’immagine non si è ancora cristallizzata nel montaggio definitivo.

Il percorso espositivo, organizzato in tre sezioni ideali, guida il pubblico attraverso il gesto magnetico di Fellini al lavoro, le presenze decisive di Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, e infine quella costellazione di volti laterali, comparse, figuranti e ‘tipi unici’, che costituivano l’incomparabile archivio umano del regista. È in questa attenzione per l’umanità più varia, per il "cine-circo" fatto di nobili decaduti, femministe, impiegati e figure marginali, che emerge il demone felliniano, capace di offrire un raggio di luce a chiunque si affacciasse sul set.

Il corpus fotografico copre un arco temporale breve ma cruciale, tra il 1980 e il 1985, documentando i set de La città delle donne, E la nave va e Ginger e Fred. Attraverso l’obiettivo di Deborah Beer, osserviamo la metamorfosi dello sguardo di Fellini sul proprio lavoro: dal caos saturo e coinvolto delle prime pellicole degli anni Ottanta, fino alla messa in scena più misurata e teatrale, dove il set si dichiara finzione consapevole.

Nel suo saggio introduttivo Marco Bertozzi osserva come in filigrana emerga anche la riflessione di Fellini sui mutamenti antropologici dell'epoca, come per esempio l’avvento della televisione commerciale in Ginger e Fred, che appare come un universo aggressivo e volgare, destinato a soffocare la fragilità della voce cinematografica.

Protagonista assoluta è Deborah Imogen Beer, fotografa dalla sensibilità rara che aveva respirato il cinema fin dall'adolescenza nel Berkshire. Stabilitasi a Roma negli anni Settanta insieme al compagno Gideon Bachmann, la Beer ha attraversato l'ultima grande stagione del cinema italiano, lavorando con maestri come Pasolini, Bertolucci e Antonioni.

Come ricorda nel suo saggio Andrea Crozzoli, esperto felliniano e specialista dello studio della fotografia di set, sul set di Fellini la presenza di Beer era discreta e attenta; per non disturbare il Maestro, che mal sopportava il rumore degli scatti, arrivò ad acquistare negli Stati Uniti motori silenziosissimi per le sue macchine fotografiche. Il suo era un lavoro di svelamento, un rapporto osmotico tra fotografia e cinema capace di racchiudere in un’unica immagine fissa tutte le emozioni e la complessità psicologica di una sequenza in movimento.

La mostra al Palazzo del Fulgor rimarrà aperta fino a domenica 22 marzo.

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