Un centro per il rimpatrio in Regione. Cgil non ci sta: "Non è la risposta alla sicurezza"
Il sindacato replica a De Pascale sull’ipotesi di un Cpr in Emilia-Romagna
La Cgil Emilia-Romagna esprime netta contrarietà all’ipotesi che la Regione possa candidarsi a ospitare un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). A renderlo noto è il sindacato regionale dopo le dichiarazioni del presidente Michele De Pascale, che in una recente intervista ha aperto alla possibilità di individuare un territorio emiliano-romagnolo per l’eventuale realizzazione di una di queste strutture.
Secondo la Cgil, il tema della sicurezza non può essere affrontato in modo superficiale o retorico, né tantomeno ridotto esclusivamente alla questione migratoria. Al contrario, si tratta di una materia complessa che riguarda la qualità della vita di tutte le persone e che richiede responsabilità, politiche strutturali e un approccio serio e non emergenziale.
Il sindacato ribadisce la propria opposizione ai Cpr, ritenuti inefficaci, costosi e lesivi dei diritti umani. A sostegno di questa posizione viene citato il recente rapporto di monitoraggio del TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione), che evidenzia come i centri di detenzione amministrativa non raggiungano gli obiettivi dichiarati e producano, al contrario, situazioni di forte degrado sociale e umano.
Dai dati del rapporto emerge che nei dieci Cpr monitorati (tra cui Bari, Milano, Roma e Torino) erano presenti complessivamente 546 persone trattenute, pari a meno dello 0,2% delle persone in condizione di irregolarità sul territorio nazionale. A fronte di una capienza teorica di oltre 1.200 posti, quella effettivamente disponibile si ferma a poco più di 670, a causa dell’inagibilità di intere aree dovuta a carenze strutturali, mancanza di manutenzione e danni legati a proteste e rivolte.
Anche sul piano dei rimpatri, l’efficacia dei Cpr appare limitata: nel periodo 2011-2024, solo il 9,9% dei provvedimenti di allontanamento è stato effettivamente eseguito tramite questi centri. Nel solo 2024 la percentuale si è attestata al 10,4%, in lieve calo rispetto all’anno precedente. A fronte di questi risultati, i costi risultano particolarmente elevati: quasi 20 milioni di euro nel 2024 e oltre 110 milioni complessivi tra il 2018 e il 2024.
Particolarmente critiche, secondo la Cgil, sono le condizioni di vita delle persone trattenute: limitazioni al diritto alla cura e alla difesa, ambienti fatiscenti, spazi sovraffollati, servizi igienici inadeguati e assenza di reali luoghi di socialità. Una situazione che, di fatto, comporta una costante compressione della dignità umana.
Criticità rilevanti emergono anche sul piano lavorativo. Il sindacato denuncia una forte precarietà per le lavoratrici e i lavoratori impiegati nei Cpr, spesso assunti con contratti part time, a tempo determinato o tramite partite Iva, con ricadute negative sulla stabilità occupazionale, sugli orari e sulle retribuzioni.
Nel comunicato, la CGIL Emilia-Romagna critica inoltre l’impostazione complessiva delle politiche migratorie nazionali, giudicate repressive e securitarie, incapaci di promuovere percorsi di regolarizzazione. Viene citato, in particolare, il fallimento del Decreto Flussi, che continuerebbe a produrre irregolarità e a esporre le persone migranti a condizioni di precarietà e ricattabilità nel lavoro.
Per il sindacato, la sicurezza deve essere garantita attraverso investimenti nel welfare, nel contrasto al disagio sociale, nella rigenerazione degli spazi urbani e nella promozione della socialità e dell’inclusione. Sul fronte migratorio, la Cgil chiede una riforma complessiva del Testo unico sull’immigrazione e l’abolizione della legge Bossi-Fini.
Su questo terreno, conclude il sindacato, la Cgil Emilia-Romagna è pronta a “candidarsi” e a fare la propria parte, indicando un percorso alternativo basato su diritti, inclusione e politiche strutturali, piuttosto che su misure emergenziali e detentive.
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