Vendono su Amazon ma non spediscono la merce: "Non è truffa, ma frode informatica". Scatta prescrizione
Davanti al Tribunale cinque imputati: si ipotizzavano truffe per 1,2 milioni di euro. Un imputato condannato per reati tributari e bancarotta fraudolenta
Reato riqualificato da truffa aggravata a frode informatica, per cui i cinque imputati a processo - amministratori e dipendenti di due società riminesi - hanno potuto beneficiare della prescrizione: erano accusati di aver guadagnato 1 milione e 200.000 euro, tra il 2015 e il 2016, vendendo telefonini e altri apparecchi di telefonia su Amazon, senza però inviare la merce agli ignari acquirenti. Non poteva configurarsi il reato di truffa aggravata, ha stabilito il Tribunale di Rimini in composizione collegiale, a causa proprio del sistema di pagamento previsto da Amazon. Quando un utente acquista un oggetto da un venditore esterno, il pagamento arriva ad Amazon, che lo gira al venditore, quando questi esibisce il codice di spedizione del pacco a garanzia della partenza della merce dal magazzino. I compratori, nel caso oggetto del processo, non ricevevano nulla, ma ottenevano i rimborsi da Amazon. La multinazionale è stata quindi parte lesa (e parte civile al processo), ottenendo un risarcimento "monstre" di oltre 500.000 euro. Se ne dovrà far carico un 50enne di Siracusa, amministratore di diritto delle due società collegate anche agli altri imputati e oggetto delle indagini della Finanza, sfociate poi nel procedimento penale, che oltre al reato di truffa aggravata, riqualificato in frode informatica e quindi prescritto, prevedeva come capi di accusa anche la bancarotta fraudolenta e vari reati tributari. Il 50enne, difeso dall'avvocato Giampaolo Colosimo, è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, a fronte di una pena, chiesta dalla procura, di 6 anni. Gli altri imputati, difesi dagli avvocati Mattia Lancini, Paolo Brancaleoni, Alessandro Sarti e Stefano Brandina, sono stati assolti da tutti i capi di imputazione per non aver commesso il fatto. L'imputato difeso dall'avvocato Lancini era accusato di essere l'amministratore di fatto delle due società. "L'istruttoria dibattimentale ha dimostrato come il mio assistito, al pari di altri dipendenti delle società coinvolte, si fosse limitato a svolgere la propria attività lavorativa, senza esercitare alcun potere di amministrazione o gestione delle imprese. La pronuncia assolutoria rappresenta un significativo riconoscimento della fondatezza della linea difensiva sostenuta sin dall'origine, che ha sempre evidenziato l'estraneità del mio assistito tanto alla gestione delle società e alle relative vicende fallimentari e tributarie, quanto alle condotte fraudolente contestate. Una vicenda giudiziaria durata molti anni, nel corso della quale il nostro assistito ha sempre fermamente respinto ogni addebito", il commento dell'avvocato Lancini.
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